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Folco Quilici
Filmografia
 

 

"Il Messaggero"
4 novembre 2002

IL MARE RIBOLLE A PANAREA

La catastrofe geologica che ha spaventato chi ha visto ieri nei telegiornali il mare in ebollizione, a Panarea, nelle Eolie, non è prossima a venire. Ma si è già verificata.

Fu un'apocalisse tra quelle isole, accaduta attorno al III secolo di questa era. E così descritta dallo storico Strabone: "…durante il solstizio, sul far dell'alba, si sollevò a grande altezza una colonna di mare; e con l'acqua, fumi, vapori, fuoco e distruzioni immani". Energia esplosa dal fondo del mare, ovvero un'eruzione sottomarina, spiegano i geologi di oggi.

Strabone la situò tra Iera e Uonimus, vale a dire tra le isole oggi chiamate Vulcano e Panarea, e più esattamente tra gli isolotti di Dattilo, Liscabianca e Bottaro. Proprio l'area marina dove ieri "l'acqua bolliva".

Nulla di nuovo, in realtà. Quei rigurgiti di gas vomitati dal fondo marino si ripetono da quasi due millenni, praticamente tutti i giorni.

"Immergiti in quelle acque", mi disse Giorgio Marinelli, uno dei massimi geologi italiani "e potrai assistere laggiù a uno spettacolo sottomarino grandioso. Quelle tre isolette sono quanto resta dell'immenso cratere d'un vulcano scomparso, ma che "fuma" ancora con esalazioni che salgono sia tra le rocce dell'isola di Panarea, sia al largo, sgorgando sott'acqua".

Mi immersi in quell'area con Mario Pasquale Nuccio del CNR di Palermo, e lui mi guidò in quello che, da tempo, i sub chiamano "inferno sommerso". Un fondale dove decine di bocche gassose, piccole alcune, altre di maggiori dimensioni, a circa trenta metri sotto la superficie emettono anidride carbonica e idrogeno solforato, in quantità calcolata dal CNR di Palermo in circa un milione di litri al minuto.

Formano lucenti collane di bolle grandi e piccole che vanno dal fondo sin quasi alla superficie. Ma qui raramente si vedono, perché gran parte del gas eruttato diventa solido per l'abbassarsi della temperatura. E si muta in una materia bianca, zolfo colloidale.

Per penetrare in una delle bocche di queste solfatare dalle quali fuoriescono le bolle che si mutano in fiocchi, occorre superare la barriera fitta che i fiocchi stessi formano. Tutti insieme creano un diaframma tra il mondo sotterraneo del fuoco e dei gas e quello del mare e del silenzio. Là, sotto gli strati sovrapposti di zolfo colloidale, il gas ribolle con forza impetuosa. Quando i fiocchi si saldano gli uni agli altri, e la barriera vibra, frena, pare il tessuto connettivo di un essere che respira.

Ma nemmeno Marinelli sapeva quanto un giorno sprofondò in quel mare dove le forze geologiche continuano a essere vive. Il cataclisma del III secolo sprofondò nelle acque anche opere dell'uomo.

Nel fondale accanto alle solfatare subacquee, s'intravedono mura e altri manufatti che le acque hanno prima sepolto e poi celato per quasi due millenni.

Laggiù ho visto canali per condutture di acqua. E quando accesi una forte lampada, scoprii le forme di mura costruite con mattoni.

Probabilmente si tratta di quanto resta di un sistema creato per far circolare acqua (calda?) all'interno di locali di varia misura. Secondo il professor Nuccio, si possono vedere quei resti murari come le rovine di uno stabilimento termale. Costruito qui perché non lontano dalle solfatare dell'area vulcanica, probabilmente un tempo buone fornitrici di acqua e di gas caldi e curativi. La stessa sorgente continua di bolle e altri rigurgiti a elevata temperatura che in questi giorni hanno moltiplicato le loro emissioni suscitando perplessità e paure.

A confermare l'ipotesi sulla natura "termale" di quanto inghiottito dal mare, sono anche opere murarie a forma di grandi gusci d'uovo, incavi artificiali che a una dozzina di metri di profondità resistono al tempo. Erano molto probabilmente grandi "vasche curative" dove si raccoglievano acque calde, solforose per clienti desiderosi di bagni salutari.

Un luogo che offriva salute e serenità, allora. Un affascinante "inferno sommerso", oggi.

Folco Quilici