"Il Giornale"
novembre 2000
QUANDO LA BALENA S'ARENO'
Sul fondo del mare di Anzio sono state individuate le carcasse di due
navi da guerra. Corvette affondate per azione militare durante lo sbarco
degli Alleati nel gennaio 1944.
Ho promesso a un vecchio amico di immergermi, per cercare - fotografando
e filmando quei resti - di cogliere la prova visiva di quale squarcio
nello scafo abbia causato l'affondamento d'una di quelle navi da guerra
nella drammatica notte del 23 gennaio di sessant'anni fa. La prova consentirà
di capire quale delle due sia il relitto della Corvetta colpita da un
nostro mezzo d'assalto.
Lo comandava Elio Scardamaglia, decorato di medaglia d'oro per quell'azione.
Come essa si svolse me lo ha narrato, dopo tanti anni di schivo silenzio.
Racconto drammatico al quale vorrei anteporre, violando la cronologia
dei fatti, una nota relativa alle conseguenze di quell'operazione. E trovare
così spiegazione a una storica frase di Winston Churchill, quando
- riferendo alla Camera dei Comuni dello sbarco a Anzio e pronunciando
la sibillina frase "la balena s'è arenata" - volle far
intendere che la manovra per creare una testa di ponte nel litorale del
Lazio, alle spalle della linea di combattimento ferma da settimane a Cassino,
era stata momentaneamente sospesa.
Molto probabilmente l'azione improvvisa narratami da Elio Scardamaglia
fu causa diretta di quell'interruzione, perché il Comandante delle
truppe Alleate, il generale Lucas, interruppe lo sbarco per il divampare
di scoppi, incendi, reazione isterica delle navi di scorta. A impaurirlo
fu il finimondo scatenatosi nella zona come reazione all'intervento di
mezzi d'assalto italiani, gli M.T.S.M., detti "i barchini".
Tre di quei veloci mezzi, guidati dal giovanissimo Scardamaglia, guardiamarina
della X MAS, avevano attaccato la flotta da sbarco protetta, da una flotta
di navi da guerra costituita da 9 incrociatori, 24 cacciatorpediniere
e numeroso naviglio armato minore.
Ma cosa accadde esattamente quella notte?
chiedo a Scardamaglia; e mi racconta che dalla base mobile di Terracina,
comandata da un altro "assaltatore" - e altra medaglia d'oro
- il Capitano di corvetta Mario Arillo, lui aveva preso il largo con i
mezzi d'assalto, motoscafi leggeri e veloci mossi da potenti motori Alfa
Romeo e armati di siluri e bombe di profondità. Affrontarono il
mare aperto con: "
vento leggero di tramontana, visibilità
buona, formazione serrata, velocità sostenuta" evoca il protagonista
"Dopo circa un'ora di navigazione diminuimmo progressivamente l'andatura,
avevamo infatti avvistato numerose unità nemiche. Entrammo nel
convoglio sin quasi sotto riva, dove il mare era gremito di motozattere
e naviglio leggero di vario tipo".
Il tutto in una notte fonda, senza luna in cielo. Buio di cui approfittò
il gruppo per inserirsi tra i mezzi Alleati.
La scelta di Scardamaglia era semplice ma temeraria: i "barchini"
italiani in formazione serrata, dovevano regolare la loro velocità
su quella dei mezzi avversari, muoversi al loro fianco, mimetizzarsi;
avendo così il tempo di cercare un bersaglio importante.
"Eravamo tanto vicini alle imbarcazioni" racconta Scardamaglia
"da poter vedere distintamente marinai e soldati mentre scaricavano
taniche di benzina a terra. Pronti a agire, cambiavamo frequentemente
rotta in cerca del bersaglio da attaccare; e lo avevo individuato quando
il motore di dritta del mio mezzo si arrestò di colpo. E io cercai
invano più volte di rimetterlo in moto".
Scardamaglia decide di tentare la riparazione. "Faccio affiancare
i due altri mezzi e salire sul mio i motoristi, con gli attrezzi necessari.
Cominciano a lavorare e per necessità di luce accendono le piccole
lampadine stagne in dotazione, ma così diventiamo chiaramente visibili.
Per questo impartisco l'ordine di parlare a voce alta, ma non distinguibile
e di ridere rumorosamente, di muoversi senza dar segno di preoccupazione.
Insomma, fingiamo d'essere dei loro: accendo e faccio anche accendere
sigarette - mi sembra che anche questo simuli bene la normalità
- così che marinai e soldati dei mezzi nemici che continuino a
passarci a pochi metri continuano a crederci "dei loro". Non
possono immaginare che siamo invece equipaggi di mezzi armati, decisi
a tutto, pronti a entrare in azione".
I motoristi lavorano più di mezz'ora, ma il motore non riparte.
A quel punto Scardamaglia decide di muovere con un motore solo, e il gruppo,
malgrado sia così malamente azzoppato, tenta lo stesso l'attacco.
I mezzi s'avvicinano lentamente a una unità maggiore, scelgono
un cacciatorpediniere e lanciano i loro siluri. A meno di duecento metri
dal bersaglio.
Con rabbia e delusione il gruppo deve arrendersi a un'incredibile evidenza:
i tre siluri non esplodono! Dopo la guerra Scardamaglia saprà il
perché e qui ne riparleremo. Ma per ora, la cronaca dell'azione
registra un secondo momento drammatico: il lancio, ben visibile provoca
l'allarme a bordo della nave presa di mira. I marinai del Caccia cominciano
a sparare sugli assalitori con ogni arma a bordo. Un inferno.
Scardamaglia abbandona, dandogli fuoco, il suo mezzo in avaria, e con
gli altri due riesce a evitare la reazione che in pochi minuti si fa generale;
infatti come per contagio esplodono tiri in ogni direzione non solo dal
Caccia attaccato ma anche da altre navi. Di conseguenza la flotta da sbarco
si crede sotto attacco anche dal cielo e la contraerea apre fuoco di sbarramento.
I traccianti, a migliaia, illuminano il cielo.
In quei bagliori Scardamaglia vede profilarsi sulla sinistra, a distanza
di mezzo miglio circa, due Corvette che navigano in formazione a media
andatura. Evoca quel momento con emozione: "Noi disponevamo ancora
di due bombe di profondità" mi dice "ognuna d'esse regolate
per esplodere a dieci metri sotto il pelo delle onde. Ritengo la nostra
posizione molto favorevole per attaccare con quanto ho a disposizione.
Quelle bombe erano armi da lanciare in mare per sfuggire da possibili
inseguimenti e per utilizzare questa caratteristica, decido di agire.
Non con una manovra di disimpegno ma andando incontro alla Corvetta più
avanzata. Sta puntando dritto su di noi e noi, per tagliare la sua rotta,
puntiamo dritti su di lei. In pochi secondi ci troviamo a meno di cento
metri dalla sua prua. Ordino lo sgancio della prima bomba e una seconda
subito dopo. Questione di attimi e una forte esplosione ci dice che abbiamo
fatto centro. Vediamo la Corvetta sollevarsi sull'acqua e poi appruarsi.
Ancora altri pochi attimi e dall'altra unità che sopraggiunge veniamo
illuminati dalla fotoelettrica di bordo e investiti da raffiche di mitragliere
da 20mm. Molti colpi ci raggiungono".
La salvezza viene da due ordini impartiti da Scardamaglia: sganciare un
gavitello della dotazione di bordo che emette una immediata cortina nebbiogena;
e spingersi così sotto alla nave avversaria, da non poter essere
colpito perché troppo accostato.
"La manovra li disorienta. Passo talmente vicino alla Corvetta da
trovarmi come volevo al di sotto delle raffiche che sibilano perdendosi
in mare".
Obbligata a compiere una completa inversione di rotta, la corvetta perde
il contatto e continua ad accostare a dritta e a sinistra scrutando invano
il mare con le fotoelettriche. Né lei né altri mezzi sopraggiunti
sparando in ogni direzione, riescono a localizzare gli assaltatori.
Scardamaglia, con i due M.T.S.M. bucherellati dai colpi e un marinaio
gravemente ferito riesce a portarsi al largo. Raggiunge poi Porto Santo
Stefano, lasciandosi alle spalle Anzio e la testa di ponte Alleata, dove
continua il finimondo che lui ha provocato; quanto convince il pavido
generale Lucas a interrompere le operazioni e condannarsi da solo: pochi
giorni dopo verrà rimosso dall'incarico. Per lui, la notte tra
il 22 e il 23 gennaio di quel drammatico 1944, fu una sconfitta.
La stessa sarebbe valse invece, a Scardamaglia,
la medaglia d'oro.
"E i siluri che durante l'azione non erano esplosi?" gli chiedo.
Non vorrebbe rispondere, io insisto, infine si decide.
Mi mostra la nota scritta a penna sotto il "rapporto" che documenta
l'operazione allora compiuta: "Alla fine della guerra, un pilota
operatore di mezzi d'assalto della X Mas, (dopo l'8 settembre rimasto
al Sud, nella Regia Marina), confidò di aver avuto notizia certa
che un sott'ufficiale "non pilota" della base di Terracina,
quando nel dopoguerra venne riassunto in servizio dalla Marina Militare,
dichiarò per iscritto di aver sabotato i siluri dei barchini della
Squadriglia da me comandata".
Scardamaglia sa anche in quali Archivi si conservi quella dichiarazione;
ma non è sua intenzione sollevare il problema.
Da parte mia, spero di mantenere la promessa che gli ho fatto. E riuscire
a identificare sul fondo del mare di Anzio la Corvetta che lui colò
a picco impaurendo il Generale Lucas.