![]() |
||
![]() |
||
"Il Giornale"
17 settembre 2002 IL MARE HA RIVELATO UN ALTRO SEGRETO La stagione delle immersioni di ricerca è finita. Adesso si cominciano a tirare le somme. Giugno, luglio, agosto sono mesi d'oro per i ricercatori sottomarini. Ma quest'anno sono stati burrascosi, difficili. Specialmente per chi aveva scelto di effettuare le sue perlustrazioni in zone di mare aperto. Più fortunato chi ha compiuto il suo lavoro di archeosub, da professionista o da volontario, sottocosta. Protetto dal vento e dalle mareggiate. E' stato il caso di un ricercatore, solito immergersi in alto fondo, lontano dalle rive della sua isola, Malta. Nei mesi scorsi il maltempo l'ha costretto a lavorare dove non gli piace: nel Grand Harbour, la vasta, doppia insenatura che ospita il porto della Valletta. E' stato fortunato. Proprio lì ha individuato quanto molti archeosub cercavano da oltre mezzo secolo. Un segno, un relitto nel punto del Mediterraneo dove nel 1941 si compì una tragedia marina che si riteneva non avesse lasciato traccia. Con altri ricercatori maltesi specializzati nel recupero di resti delle battaglie combattute nella Seconda Guerra Mondiale attorno alle loro isole, avevo già partecipato a una ricerca sottomarina. Con loro, avevo individuato, nei fondali rocciosi tra Gozo e Comino, quanto il mare aveva conservato nel suo profondo silenzio, dopo il fragoroso eco di uno dei mille combattimenti aerei tra italiani e inglesi: le mitragliatrici di un aereo Spitfire che poi recuperarono a quaranta metri di fondo. Nella capitale dell'isola, al War Museum, un quadro a tempera ben eseguito, evoca uno dei quotidiani scontri aerei sull'arcipelago e ricorda ai visitatori attacchi e difese dell'isola. I vani tentativi dell'aviazione italiana di rendere inefficiente la base operativa della flotta inglese a Malta; al centro del Mediterraneo, spina nel fianco per i convogli tra l'Italia e la Libia. Nel Museo, si legge in bell'evidenza il "bollettino" di guerra numero uno, che documenta il primo combattimento aereo sull'isola, all'alba dell'11 giugno, solo dodici ore dopo l'entrata in guerra dell'Italia. Di quel giorno il Museo offre inoltre una ancor più spettacolare testimonianza: non la carcassa arrugginita di un aereo, né un modello riprodotto o fotografato, ma l'intera fusoliera di un biplano, il Gloster Gladiator. Di simili vetusti aerei da caccia, Malta ne disponeva di soli tre, quando l'Italia entrò in guerra. Gli isolani nel vederli volteggiare e combattere li battezzarono Fede, Speranza e Carità. Il superstite esposto al Museo, Fede, deve la sua sopravvivenza al fatto che gli inglesi non tardarono a porre a loro fianco aerei di ben altra velocità e potenza, quali erano gli Hurricanes e gli Spitfires. Appesa alle vecchie mura della fortezza medioevale trasformata in museo, una grande mappa del Mediterraneo centrale spiega come giunsero a Malta gli aerei da caccia destinati a spalleggiare e poi a sostituire i vecchi Gladiator. Decollavano da portaerei partite dalle due maggiori basi militari inglesi, a est e a ovest di Malta, Alessandria d'Egitto e Gibilterra. Le portaerei non s'avvicinavano troppo all'isola per evitare di impegnarsi con le forze aeronavali italiane, allora numericamente superiori; preferivano giungere sino a un punto dove gli aerei trasportati potevano decollare. Dopo aver volato a pelo d'acqua atterravano a Malta, in piste nascoste tra case e ulivi dell'isola. Non tutti giunsero. Una squadriglia trovò forte vento contrario, rimase a secco di carburante e finì tutta in mare. Altri stormi furono intercettati da nostri aerei e in gran numero abbattuti (forse era uno di quelli lo Spitfire il cui relitto ho visto recuperare in fondo al mare). Nel War Museum di La Valletta, troneggia un altro reperto: il nero scafo di un MTM, battello affusolato progettato in un cantiere italiano negli anni '30 e originariamente destinato a vacanze nautiche. Con lo scoppio della guerra venne trasformato in mezzo d'assalto superveloce per la potenza erogata da due motori Alfa Romeo da 2500 cavalli. Nella sua prua erano stivati 300 chilogrammi d'esplosivo destinati a esplodere con il mezzo, che era pilotato da un uomo solo, allenato a lanciarsi in mare dopo aver diretto l'MTM a 30 nodi di velocità contro una nave avversaria. Furono questi mezzi d'assalto, a infliggere un duro colpo alla flotta inglese nella baia di Suda, a Creta. Prima di quell'azione avevano tentato un attacco alla Grand Harbour, il porto militare di Malta. Tesco Tesei e Vittorio Moccagatta, a capo dell'impresa, avrebbero voluto compiere l'azione a poche ora dall'ingresso in guerra. Ma le nostre operazioni navali nell'estate del '40 - mesi in cui la Regia Marina poteva far valere una schiacciante superiorità sulla Royal Navy - furono limitate. Inspiegabile "inattività" che secondo De Felice era conseguente alla volontà di non umiliare l'Inghilterra, essendo Mussolini convinto di un armistizio tra Londra e l'Asse entro settembre. Esatta o no questa interpretazione, fatto è che quando nel giugno del '41, con un anno di ritardo, i nostri mezzi d'assalto trasportati davanti all'isola da due MAS, portarono il loro attacco a Malta, l'isola era ormai più che difesa. Gli MTM e i siluri pilotati dall'uomo (i famosi "maiali") furono avvistati, colpiti, annientati. L'ideatore dell'impresa Teseo Tesei, volontariamente si sacrificò, esplodendo assieme al suo mezzo subacqueo pur di far crollare la grande rete di protezione tesa all'imboccatura del porto militare. Il Grand Harbour divenne, per i nostri mezzi, e i loro uomini una tomba liquida vuota d'ogni resto. Così si riteneva sino a oggi. Quando, cinquantuno anni dopo quella tragica notte, un ricercatore subacqueo maltese ha trovato quanto resta di due MTM. Emi Farrugia, è un accanito cacciatori di relitti noto per averne trovati più d'uno attorno a Malta, nel Mediterraneo Centrale. E' sua la localizzazione, sulla rotta tra l'Italia e la Cirenaica, di una nave da carico in perfetto stato, a ottanta metri di fondo, carica di carri armati destinati all'armata di Rommel. Nelle acque torbide del porto di Malta, Emi Farrugia, ha avuto la sorpresa di trovarsi di fronte ai resti arrugginiti di quanto non poteva non essere uno degli MTM italiani esploso durante l'azione del '41; solo pochi frammenti - la parte metallica e il motore - quanto bastava, però, per essere certi della sua identificazione. "A maggiore profondità" mi ha detto "intorno ai 68 metri di fondo, ho avuto la sorpresa di trovare un altro mezzo d'assalto, ancora ben riconoscibile. "Is intact with torpedo in position", è intatto con il siluro ancora in posizione" mi ha voluto precisare, scandendo bene le parole. Scoperta importante non solo per i ricercatori di pagine di storia conservate in fondo al mare. Ma per quanto potrebbe interessare l'Ufficio Storico della Marina Militare che ha ricordato l'impresa di Tesei e Moccagatta, non solo nel quattordicesimo volume della "Storia della Marina Italiana nella Seconda Guerra Mondiale"; ma anche edificando un monumento sul molo del porto d'Augusta. Da dove nell'unica notte senza luna del luglio 1941 salparono e non fecero ritorno gli incursori della missione. Se nostri sommozzatori si immergeranno, raggiungeranno e recupereranno i resti dei due MTM, il ricordo di quanto accadde e il sacrificio di tanti uomini, troverà un'eco certamente di rilievo nella coscienza di molti italiani. Ma anche se quei resti rimarranno sul fondo, averli raggiunti e documentati, varrà più di un monumento. Un relitto in fondo al mare, infatti, è in grado di conservare intatta la memoria. Ai due MTM appena scoperti, fanno corona rocce imponenti. E foreste di gorgonie che fino a oggi li hanno nascosti. Laggiù, il fondo marino mediterraneo è solo lievemente illuminato. I raggi del sole s'intravedono appena, scendono obliqui sotto le onde sulle quali s'infrangono. Tutt'attorno alle carcasse dei due mezzi d'assalto, sembrano colonne d'un immenso tempio. Folco Quilici |
||