"Il Giornale"
luglio 2001
OBELISCHI IN AXUM, ERETTI E PER TERRA
L'obelisco di Axum deve tornare a Axum? Può restare a Roma? Fortunatamente
non ho nulla a che vedere con questa decisione, che mi sembra veda schierati
su opposte posizioni nomi importanti. Ma ho qualche ricordo che credo
possa contribuire al dibattito.
Innanzitutto vorrei citare un episodio non conosciuto, che risale a quando
una decina d'anni fa, l'allora Segretario Generale della Farnesina avanzò
una proposta sensata: poiché l'Obelisco portato da Mussolini a
Roma si trova, oggi, di fronte al palazzo della FAO che gode di sua legittima
extraterritorialità, perché non allargare quell'area di
qualche decina di metri quadrati? Accettando una simile soluzione, l'obelisco
sarebbe rimasto a Roma, la cultura che rappresenta poteva suscitare interesse
anche a chi mai potrà visitare Axum. Allo stesso tempo, sarebbe
stato rimosso il complesso di colpa dei "colonizzatori" perché
il monumento sarebbe venuto a trovarsi non più in territorio italiano
ma sotto sovranità internazionale.
Come spesso accade alle proposte sensate, non se ne fece nulla. E la controversa
questione continua a far discutere.
Senza certo pretendere che quanto qui scrivo possa contribuire alle decisioni
del Ministero dei Beni Culturali, vorrei comunque offrire a Vittorio Sgarbi,
che ha già preso una chiara posizione su questo problema, un personale
contributo, attinto all'esperienza di un mio lungo soggiorno a Axum. Potrebbe
anche questo offrire un ulteriore argomento per opporsi a una decisione
assurda.
Gli obelischi di Axum sono, com'è noto, preziosa "traccia
archeologica" dei secoli di cultura etiopico-sabea.
Maestosi, scolpiti con particolari raffigurazioni "a porte",
ancora non del tutto decifrate, risalgono all'epoca gloriosa della civiltà
detta sabea, sviluppatasi in Etiopia e nel Sud arabico. E per questa appartenenza,
rappresentano un "unicum" nella storia dell'arte.
Si tramanda la leggenda che gli obelischi al momento del massimo splendore
di Axum, fossero cento e più. Di certo, sappiamo che avevano tutti
funzione celebrativa o funeraria. Il maggiore, il più alto nel
mondo, ancor'oggi eretto, misura 33 metri d'altezza e sovrasta gli altri
spezzati e caduti. Non lontani da quest'area giacciono altrettanto abbandonati
blocchi di roccia detti "i troni dei re", che secondo la tradizione
venivano utilizzati dai sovrani sud arabici quando ricevevano il popolo
di Axum.
Nella sua modesta proporzione di piccola città, Axum è ancora
un centro religioso. Oggi copto, perché le divinità qui
onorate nel quasi millennio sabeo, furono dimenticate nei due successivi,
quando qui fu posta la capitale di tutti i cristiani d'Etiopia.
Parola antica, Etiopia; deriva dal greco aithìops e significa "volto
bruciato". Questo paese, infatti, per gran parte dell'anno è
succube di un sole rovente, implacabile; con conseguente scarsità
d'acque.
Axum deve a una ricca e perenne sorgente il fatto d'esser rimasta città
santa anche se le religioni localmente onorate, nel corso dei millenni
si sono sostituite l'un l'altra. Quel bene prezioso donato dagli Dei agli
uomini, è rimasto al centro d'ogni rito, con gli obelischi nel
suo riflesso.
I quali, quand'erano tutti in piedi, dovevano formare una sorta di bosco
di pietre. Oggi in gran parte a terra dove sono da tempo caduti; alcuni
sbriciolati, altri mai innalzati.
E' visione magica, impressionante malgrado l'abbandono, il degrado, il
sacro bosco di pietra morto. Abbandonato per sempre non solo dalle sue
divinità, dai suoi sacerdoti, dai suoi re; ma anche dalla popolazione.
Che solo in un giorno dell'anno, unendosi a pellegrini giunti da ogni
dove, evoca lo splendore religioso d'un tempo.
Quel giorno Axum si risveglia. Dall'ombra e dal silenzio appaiono i suoi
Dei, le sue autorità religiose nei loro apparati più sontuosi.
Annuale risveglio che cade quando il calendario cristiano copto annuncia
il Timket, ovvero l'Epifania.
E' diversa dalla nostra, l'Epifania etiopica, non solo perché cade
il 27 gennaio anziché il 6; ma perché caratterizzata da
un rapporto intimo e profondo con la natura. Al Timket, infatti, non solo
si onora il Cristo della tradizione ma attraverso Lui - se così
posso dire, ripetendo le parole di un vecchio sacerdote, un Abuna - si
ringrazia Dio per il dono dell'acqua. E così sotto le vesti della
ritualità cristiana, si prolunga nel tempo, l'originaria fede animista.
Timket significa battesimo ed evoca il battesimo del Cristo. Per noi l'Epifania
è festività in cui si commemora la visita dei Re Magi; nel
cristianesimo orientale si evoca, invece, il rito del bagnarsi di Cristo
nel Giordano, quando "la voce del cielo" annunciò la
"condizione divina" del bimbo immerso nelle pure acque del fiume.
Per questo gli etiopi di Axum considerano il Timket, festa da concludere
alla grande fontana nei pressi della selva d'obelischi. Lì, accanto
ai giganti eretti e a quelli crollati, l'Epifania copta si conclude con
una lunga cerimonia.
L'apparizione dell'Abuna degli Abuna, il massimo sacerdote cristiano,
intimidisce, zittisce la folla rumoreggiante. Che passa, dopo un lungo
istante di silenzio, alla nenia delle preghiere.
Usando la grande Croce d'oro filigranato che stringe in mano, l'Abuna
degli Abuna, sembra tornare al ruolo di sacerdote animista quando traccia
sulla liquida superficie dello specchio d'acqua alcuni segni simbolici.
E ripete quel gesto ieratico più volte, in ginocchio, tra le pietre
dalle quali sgorga l'acqua della sorgente.
L'acqua è sacra, dopo l'interminabile rito.
E quando l'Abuna degli Abuna beve, attingendo con la mano all'acqua della
fonte, la folla esplode in urla, in canti. Non contiene il suo entusiasmo,
vuole a sua volte bere, riempire i bicchieri, bottiglie, contenitori d'ogni
genere. Ogni credente considera ogni goccia una magica pozione capace
d'aiutare chi deve affrontare le pene di un intero anno.
Per questo, al suo culmine, il Timket è il momento dell'anno in
cui voci festose e commosse echeggiano nella deserta e abbandonata area,
la cui sacralità, era stata affidata alla vigilanza d'una selva
di obelischi.
Tutto torna poi nel silenzio e nell'abbandono.
Qual è la riflessione finale di un testimone oculare della bellezza
e della suggestione che s'emana dal sito archeologico e religioso di Axum?
Per un verso il desiderio che quest'importanza venga conosciuta anche
in Europa, anche in Italia. Sono pochi, molto pochi, coloro che possono
visitare la remota area archeologica di Axum; perché dunque non
favorirne la conoscenza, usando l'obelisco di Roma come testimone, o meglio
come ambasciatore d'una civiltà diversa nel cuore di quella occidentale
e mediterranea? Questo sarebbe possibile se il monolite trasportato e
innalzato a Roma non giacesse ignorato come un lebbroso, in quanto "preda
di guerra"; ma lo si includesse negli itinerari della conoscenza,
attrezzando il luogo ove sorge, con adeguate informazioni. E di lì
far passare itinerari turistici e scolastici.
Con la montagna di denaro prevista per smontaggio, spedizione in Africa,
e rimontaggio in loco (ammesso mai che questa fase finale possa avvenire)
sarebbe possibile all'Italia offrire all'Etiopia una prova d'amicizia
di ben maggiore importanza. Quale sarebbe la decisione di restituire all'area
degli obelischi, a Axum, la loro dignità. Non so se rialzando o
lasciando a terra i monoliti da tempo crollati; ma comunque rendendo il
sito visitabile attrezzandolo adeguatamente. Ma, soprattutto, operando
per salvarlo dall'ingiuria del tempo. Se restasse nelle condizioni in
cui ora si trova, la meraviglia archeologica di Axum è condannata
a continua erosione. Il tempo, ricordiamolo, porta danni peggiori d'un
esercito depredatore.