"Il Giornale"
giugno 2001
SCIAMANI, SERPI, GUARITORI
Anni fa, quando esisteva ancora l'URSS, ebbi occasione di raggiungere
una piccola città siberiana. Me la suggerì il traduttore
in russo dei miei libri. Conoscendo quanto fossi interessato al rapporto
dei "primitivi" con il sovrannaturale, mi aveva confidato quanto
aveva saputo da un amico antropologo: in quel centro remoto "operava"
ancora un vecchio sciamano. E malgrado il partito lo proibisse, quell'uomo
esercitava "arti magiche".
Poiché era estate, la Siberia abbastanza accessibile e io disponevo
di rubli in abbondanza accumulati come diritti d'autore (non esportabili
e quindi da spendere), mi pagai il volo di tremila chilometri da Mosca.
Prima in jet, poi su un monomotore Jak degno dei pionieri dell'aviazione.
Per la verità non credevo molto alla possibilità di ottenere
il permesso d'incontrarmi con un vero sciamano. Fui quindi non poco sorpreso,
quando giunto in loco, la guida-interprete alla quale l'Inturist mi aveva
affidato, disse che sì, potevo incontrare lo sciamano. E l'indomani
mi condusse in un teatrino della città, dove lo sciamano era stato
convocato, perché i miei ospiti supponevano che volessi filmare
una sua danza.
Mi venne incontro un anziano, piccolo di statura, gli occhi a mandorla,
la pelle color cuoio. Aiutato dall'interprete, scambiai due parole con
lui e subito s'allarmò il mio accompagnatore sentendo quanto gli
chiedevo; non una danza, ma di parlarmi del suo rapporto con il sovrannaturale,
gli spiriti della foresta, le voci dei trapassati (ovvero quanto si ritiene
sia il tradizionale bagaglio culturale degli sciamani, secondo di chi
li frequentò nel passato).
La reazione alla domanda, non tardò un istante: l'ometto venne
portato via, "perché si doveva preparare". Poi, all'ora
prevista per un secondo incontro, si presentò un tizio in divisa,
che poi seppi essere qualcosa come il "commissario politico"
dell'amministrazione locale. Mi guardò tra il torvo e il beffardo
annunciandomi che l'anziano "compagno" s'era sentito male, di
conseguenza era stato portato all'ospedale
eccetera, eccetera.
Insomma, niente sciamano. E per me niente capitolo da aggiungere al dossier
che andavo raccogliendo (e continuo a raccogliere) sul tema "sopravvivenza
della magia", muovendomi nel mondo. Ricco di quanto visto e registrato
dagli anni Cinquanta ai Settanta tra "i primitivi", in Africa,
Oceania e America Latina; "primitivi" quasi dappertutto scomparsi;
a credere ciecamente nella magia, oggi - nel mondo che si ritiene evoluto
e scettico - sono loro che si affidano a "maghi" cialtroni,
o a personaggi molto dubbi come il Monsignor Milingo di cui s'è
molto scritto nelle scorse settimane. Ma c'è anche chi studia quanto
sopravvive, in questo campo, a credenze, superstizioni e tradizioni; alcune
d'estremo interesse.
Un Convegno sulle Streghe, è organizzato a Roma, il 21 e 22 giugno
a Roma. E sarà seguito da uno spettacolo di magia rappresentato
in Piazza San Giovanni il 23, la notte tradizionalmente "sacra"
alle streghe.
Ne riferirò agli amici lettori. Ai quali, se stanno sorridendo
scettici, ricordo che primavera e estate sono tempo dell'anno favorevoli
a cerimonie magiche trasformate in spettacolo; numerose in Italia. Basti
ricordare la festa delle serpi, a Cucullo, Abruzzo. E' una processione
dall'apparenza religiosa in onore di un Santo protettore, il cui simulacro
si presenta ai fedeli con sorprendenti addobbi: è infatti ricoperto
di serpi vive. Per i paesani e per migliaia di curiosi e fedeli che si
ritrovano quel giorno a Cucullo, quelle serpi vive avviluppate attorno
alla testa e alle braccia della statua portata in processione, non sono
in realtà una sorpresa. Malgrado il salmodiare delle preghiere,
in quel Santo - più o meno coscientemente - si onora una divinità
venerata sin dalla preistoria; quando la si riteneva in grado di esorcizzare
il pericolo di mortali punture di vipere, un tempo ma anche ora, massima
paura dei contadini e dei montanari del paese e della valle.
Altro antico rito d'esorcizzazione si celebra a Monterubbiano, nelle Marche,
in onore del picchio. Che si ritiene nasconda sotto le sue tranquille
apparenze lo spirito di un essere sovrannaturale, in grado di esaudire
preghiere e compiere miracoli. Già nella preistoria, il picchio
era dai piceni ritenuto un loro totemico protettore.
A Agrigento, malgrado l'interdetto del Vescovo, l'intera città
partecipa alla manifestazione "magica" in onore di un Santo
Nero e del suo pane miracoloso. E' un salto a ritroso di quaranta secoli,
al tempo in cui l'uomo affidava a riti propiziatori ogni rapporto con
la Madre Terra e ai suoi frutti. Il simulacro del "Santo" che
si onora in Agrigento, di pelle nera è ritenuto il ritratto di
un eremita africano. In realtà è nero perché incarna
la Madre Terra, la potnia phitôn, ovunque rappresentata col un volto
nero (Proserpina, rapita da Vulcano, diventò la nera perché
dea degli inferi; e in quanto tale era allo stesso tempo dea delle messi).
Il Santo d'Agrigento, non sfugge alla regola "del volto nero".
Malgrado un violento interdetto delle autorità religiose, viene
portato per la città, venerato da cittadini e contadini per festeggiare
il raccolto del grano; con lui sopravvive un rito praticato qui ancor
prima che i Greci portassero in Sicilia gli dèi dell'Olimpo e i
cristiani i loro simboli e la loro fede.
Festa di millenni passati, che continua tra auto che trasportando fedeli
ingorgano le strade della cittadina con il clamore di cento e cento clacson,
mentre la statua sfiora i fili della luce e la TV locale trasmette "in
diretta" l'evento. La statua, che avanza trasportata a spalle nelle
strettissime vie del centro preceduta da un altare di spighe intrecciate,
alta più di tre metri e pesantissima e occorre che gli uomini si
diano il cambio durante l'interminabile mattina della festa. Quando dalle
finestre cadono sulla processione, in ininterrotta grandine, centinaia
e centinaia di pagnotte ancora calde, appena sfornate. Sono gettate verso
la statua, se la colpiscono o anche solo la toccano si ritiene che i raccolti
futuri del grano saranno abbondanti. E fors'anche s'otterranno miracolose
guarigioni.
A tratti, per afferrare il pane che ha toccato, la magica statua, risse
furibonde s'accendono, improvvise. Placate dall'apparizione "di chi
è stato toccato dal miracolo" e offre al Santo nero, un pane
di forma umana, con testa, gambe e braccia che lo ritraggono. Emozionata,
la folla tace in silenzio.
Attimo in cui tutti i presenti credono alla magia più antica, quella
capace di guarire oltre a essere in grado ogni anno di favorire il germogliare
della terra e così donare il pane all'uomo.
Le credenze religiose cambiano, mutano, si combattono, hanno il sopravvento
una sull'altra.
Ma i personaggi mediatici, guaritori, sopravvivono, a loro o ai loro simboli
si continua a credere malgrado interdetti e condanne; sono i mediatori
di un possibile intervento miracoloso, e questo è quanto più
importa in ogni credenza. La magia, in casi come quelli appena citati
ma in infiniti altri, continua a dipanare il suo contorto filo dall'età
più remota sino all'oggi solo all'apparenza razionale e scettico.