"Il Giornale"
giugno 2000
L'ISOLA PERDUTA E RITROVATA
Bali, Giugno 1999
Quasi inutile, ormai, riferirsi a un luogo famoso, e ripetere: "era
affascinante, ma adesso irriconoscibile".
Frase ripetuta da da anni, che si parli di Capri, di Bora Bora, o persino
di cime famose, un tempo considerate mete difficili, pericolose. Basti
dire che in queste settimane una striscia gialla nella neve marca il percorso
sino alla vetta del Monte Bianco; segno dissacrante destinato a restare
indelebile sino alla prossime nevicate, tracciato dalle incontenibili
pipì di centinaia (e presto migliaia) d'alpinisti estivi.
Il lamento del "com'è cambiato
" è ormai
un coro; non sarò certo io a negarne la fondatezza, dopo esser
stato testimone - viaggiando da più di cinquant'anni in tutto il
mondo - dell'appannarsi dei miti, troppo spesso cancellati dai vandali
del "tutto compreso" guidati da cinici tour operators.
Resta qualche eccezione, fortunatamente. E una di queste - può
sembrare impossibile data la sua fama - è l'isola di Bali.
Un impegno di lavoro mi ha riportato recentemente laggiù, quasi
contro la mia volontà. L'avevo vista ancora magica e segreta negli
anni Sessanta, e ancora sana negli anni Ottanta; ma avevo poi letto, a
metà dei Novanta, d'un flusso tanto crescente di visitatori, da
superare l'impressionante livello d'un milione di turisti l'anno. Una
quota certamente aumentata, a oggi; mi son detto. E chissà cosa
vedrò, ho aggiunto, mentre trovavo conferma ai miei timori sin
dal primo impatto con l'isola, all'aeroporto faraonico; e nella adiacente
zona urbanizzata, fitta d'alberghi mastodontici e alti. Ho cercato alloggio
lontano da quel muro di cemento e cristalli, disteso lungo tutta la fascia
delle spiagge di sabbia dorata. E questo ha contribuito a ricredermi,
su Bali, già l'indomani, quando sono salito tra le montagne vulcaniche
dell'interno e ho raggiunto, poi, il tratto di costa sopravento dove l'Oceano
batte furioso su alte scogliere e non su candide rive sabbiose.
Come per un colpo di bacchetta magica, l'isola mi è riapparsa qual
era un tempo, perché la marea turistica s'arresta là dove
diradano e poi scompaiono alberghi, ristoranti, pizzerie (!) e discoteche.
Là dove è impossibile ammassarsi, ovvero le zone dove i
più ritengono non si possa vivere una vera vacanza.
Per evitare questo pericolo sono pochi, anzi pochissimi coloro che salgono
le valli interne. Raggiungerle è faticoso, occorre percorrere strade
tortuose, spesso solo sentieri tagliati tra sovrapposte "terrazze"
dove il riso cresce verdeggiante prima, e giallo-oro poi, nelle due stagioni
di raccolta. Lassù ho attraversato piccoli villaggi abitati da
gente che sembra ignorare (o forse vuole ignorare) le trasformazioni portate
al loro mondo, solo a pochi chilometri di distanza.
Bali è ancora sorprendente dove la natura protegge un'isola nell'isola.
Nella parte centrale dell'isola venne modellata da grandi vulcani nati
dal mare, circa centocinquanta milioni d'anni prima d'essere abitata dall'uomo.
Uno dei maggiori, il Càtur, quando si spense lasciò che
il suo cratere si colmasse d'acqua, divenisse un lago.
E là, sulla sponda opposta a quella dove giunge l'unica strada
proveniente dalla costa, vivono segregati dal resto della popolazione
gli Jaca, una primitiva etnia di pescatori che popolò Bali, molto
prima degli attuali balinesi, tutti hindù. Gli Jaca, vivono di
pesca nutriti e difesi dalle acque del lago; isolati in un territorio
semidesertico (infatti la paura dell'incombente vulcano, capace di resuscitare,
tiene tutti lontani da qui).
Nel minuscolo territorio dove sorgono le capanne dei superstiti Jaca,
sono giunto dopo aver attraversato il lago. Sbarcato alla riva orientale
mi son trovato di fronte a una sconvolgente visione di morte, riflessa
nelle acque, tra rocce nere di lava. E' l'area sacra di Kubàn.
"Sacra alla natura" m'ha precisato il giovane Jaca che mi guida;
parla inglese, è uno dei pochi che ha riscattato la sua condizione
di "primitivo" frequentando, in città, scuole superiori.
Non per questo, però, ha abiurato alla sua fede. "Noi riteniamo
che sia la natura ad accogliere i morti, non una divinità. La natura
(non un paradiso o un inferno) assorbe, accoglie lo spirito di ognuno
di noi, nel suo seno".
Per gli Jaca, i defunti non debbono essere sepolti, né cremati;
i loro corpi vanno abbandonati a terra, dove la decomposizione rende totale
l'annullamento fisico di chi fu un uomo, restituendolo all'impalpabile
ma possente anima del mondo. In questa ritualità e nei riti di
propiziazione e sottomissione alla volontà del temuto Càtur,
si rivela la fondamentale differenza tra gli Jaca e chi giunse a quest'isola
molto tempo dopo, con diverse tradizioni religiose.
Credenze e paure Jaca sono un superstite reperto dell'antica religiosità
detta "brahamanismo primitivo". Così spiega la mia guida,
aggiungendo: "E' una fede oggi condivisa solo da pochi. Noi non siamo
più di un migliaio, un pugno di mosche fra i tremila milioni d'altri
asiatici, induisti o musulmani".
Certe paure ataviche sopravvivono, però, anche nei fedeli hindù;
benchè si ritengano credenti di una religione evoluta, non diversamente
dai "primitivi" Jaca essi temono l'invisibile potere della natura.
In tutti i balinesi, anche se non lo danno a vedere, non è scomparsa
l'atavica paura per i vulcani che sovrastano l'isola; ed è radicato
un sentimento di timore con la possente forza del mare. Paure non solo
per la sua furia distruttrice, per le catastrofi e i lutti portati da
cicloni che scagliano sull'isola onde d'inaudita potenza. Il mare è
temuto anche perché troppo spesso ha portato a Bali invasori, razzie,
distruzioni.
Tra uomo e mare un rapporto sereno si ristabilisce, qui, solo in alcuni
giorni della stagione, tra ottobre e novembre, i "mesi senza vento".
In quel periodo a Serangan, minuscola isola di fronte alla costa est di
Bali, giungono, a decine, tartarughe che hanno scelto la sua spiaggia
per moltiplicare la loro specie. In ogni notte di quella stagione, tartarughe
madri nuotano verso i bassi fondali, risalgono le rive e depongono centinaia
di uova. Si schiuderanno dopo le settimane di "cova" nella sabbia
che il sole rende calda e sicura incubatrice. I piccoli, quando verranno
alla luce saranno soli: le madri da tempo saranno tornate in oceano; e
loro correranno indifesi, verso il mare, spinti da un innato istinto di
orientamento.
Solo pochi riusciranno a sopravvivere; i piccoli sono prede troppo facili
- appena le uova si schiudono - per gli stormi di implacabili predatori
in volo attorno a Serangan, sule e gabbiani. Anche l'uomo è un
nemico, per le tartarughe; dar loro caccia è una delle attività
più redditizie, in questo mare; ma un vero balinese non le uccide
nel tempo della loro riproduzione. In quel mese ogni esemplare è
sacro.
Tanto che là, a Serengan, dove le femmine gravide approdano per
depositare le uova e così moltiplicare la vita, vanno negli stessi
giorni anche uomini e donne, in una interminabile processione dedicata
alla fertilità.
Alla piccola isola, salpando dai porticcioli di Semawany, Blanjong, Benoa,
arrivano con decine di canoe a motore e con le ultime ancora a vela.
Meta di tutte le imbarcazioni, di tutti i pellegrini, è il Tempio
di Sékanan, dove decine di migliaia di uomini e donne vengono a
implorare la fertilità: figli e buoni raccolti di riso.
Quando la marea s'abbassa, molti di loro raggiungono il Tempio anche a
piedi (Serangan dista poco più di un miglio dalla terra madre di
Bali), portando doni d'ogni genere.
Mescolandomi alla processione, ho visto deporre al Tempio offerte non
solo di frutti e fiori; ma anche preziosi manufatti in argento, stoffe
ricamate. A volte oggetti riferiti con precisa evidenza alla domanda di
fertilità (una statuetta in legno o una bambola in stoffa che raffiguri
un bambino).
Al tempio di Sékanan la consacrazione alla fertilità è
impartita dal Pedanda, il vecchio "sacerdote massimo", il solo
in grado di invocare formule magiche che introducono l'atto finale, l'"agama
tirta", ovvero la comunione con l'acqua santa.
Acqua dolce, non salsa, viene da lui versata nelle mani chiuse a coppa
del pellegrino; e sul suo capo, chicchi di riso vengono deposti dagli
assistenti del santuomo.
Assieme ai figli, l'acqua dolce e il riso sono le eterne ricchezze di
questa isola. I balinesi non lo dimenticano, così come non dimenticano
mai quanto le acque salse del mare possano rivelarsi ostili.
Nel passato le forze negative capaci di sprigionarsi dal mare, l'uomo
di Bali, volle tenerle a bada con l'aiuto di demoni guerrieri. E li raffigurò
scolpendo statue gigantesche in Templi grandi e piccoli, disseminati lungo
le coste con il compito di difendere le comunità dai pericoli portati
da tempeste o da aggressori.
Ho raggiunto il maggiore, il Tempio di Uluwatu, a picco sulle roccie del
promontorio di Bakit Badung. Un sinistro volto scolpito sulla roccia ricorda
che il sacro luogo è dedicato a demoni guardiani; con loro, abitano
stabilmente il tempio migliaia di scimmie. Secondo la credenza popolare
sono le scimmie a segnalare ai "guardiani" un pericolo apparso
in mare.
Uluwatu non è solo un luogo di grande suggestione, né solo
una splendida opera d'architettura. Ammirare i resti di statue, bassorilievi,
decorazioni, non impressiona solo per le proporzioni armoniose ma colossali
dell'opera. Ma è un riscatto per le delusioni del viaggiatore.
La possente architettura sospesa tra cielo e mare da più di mille
anni, è infatti luogo ancora immune dalla dissacrazione portata
da un turismo godereccio e distratto.
Tra i demoni in pietra di Uluwatu così come tra gli Jaca del Vulcano
Càtur, ci si rende conto che malgrado tutto, un "viaggio vero"
è ancora possibile se persino un'isola ormai da anni meta del turismo
di massa, offre inattese sorprese, emozionanti scoperte.