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Folco Quilici
Filmografia
 

 

"Il Giornale"
aprile 2000

 

TRA ULTIMI (VERI) PIRATI

Quando tornai dall'Oriente e raccontai d'esser stato tra i pirati delle Sulu, chi m'ascoltò ritenne forse che io avessi pronunciato la parola "pirati" forzando la realtà.
"Andiamo! Sandokan e i suoi tigrotti ai giorni nostri!…". avrà esclamato, aggiungendo tra se e se "c'è sempre un quoziente d'esagerazione, in chi torna da un viaggio difficile".
Tra quanti non mi hanno creduto, spero che qualcuno abbia seguito nei TG di questi giorni le cronache dell'atto di pirateria compiuto all'isola di Sipadàn, al largo del Borneo. E abbia udito la testimonianza d'uno degli scampati alla razzia, quando dichiarava: "… i pirati parlavano con la lingua di certe isole al sud delle Filippine…".
Al sud delle Filippine sono le Sulu, gruppo d'isole da secoli nido di pirati attivi dei mari d'Oriente. Là incontrai molti di loro, i badjaos, e il loro Sultano.
Sono un'etnia musulmana, la loro fede li ha portati a vivere in quel remoto arcipelago, perché non si vollero mai piegare al potere centrale filippino, al quale le isole appartengono. Sono infatti non lontane dalla costa di Mindanao, la più meridionale delle grandi terre filippine. Di lì, quando anni fa, navigai verso le Sulu, esse m'apparvero punteggiate di minuscoli villaggi. Là vivono comunità che rappresentano l'estrema frontiera dell'Islam orientale; l'infinitamente grande si rinserra, qui, nell'infinitamente piccolo; il mondo immenso dell'Islam e del suo mezzo miliardo di sudditi, ha suoi avamposti in comunità di poche centinaia di fedeli.
Qui spagnoli e fedeli dell'Islam si sono battuti con furore in una straordinaria coincidenza storica; la Spagna, in questo oriente estremo, contrastò l'espandersi dei musulmani con la stessa determinazione con cui all'altro capo dell'impero islamico, nel Mediterraneo, ne bloccava l'espansione verso occidente.
Era suo compito, quando occupò le Filippine nel XVI secolo; combattendo i musulmani locali. In nome della jihad, "la guerra santa", essi si difesero creando l'antefatto della lotta anticolonialista.
La lotta sul mare fu vera e propria guerra pirata; le grandi qualità nautiche dei badjaos delle Sulu e la velocità delle loro straordinarie imbarcazioni a vela (le vintas) fecero di loro temutissimi campioni della lotta corsara contro i cristiani nei mari del sud-est asiatico.
Una volta gustato il sapore della vittoria di uno scafo piccolo su uno più grande (per questo più lento), essi gustarono anche i vantaggi delle scorribande piratesche; e le continuarono quando la "guerra santa" poteva considerarsi finita.
Le loro isole, in un mare disseminato di centinaia di isole e scogliere grandi e piccole, con passaggi obbligati per i battelli di una certa stazza era, ed è, l'ambiente migliore per rifugiarsi dopo ogni razzia in nidi imprendibili.
Un invito a esercitare la pirateria senza il timore d'esser raggiunti da una flotta regolare, come lo hanno ben capito altri marinai d'altre imbarcazioni isolate e veloci. I badjaos delle Sulu, non sono - infatti - gli unici "pirati" di questo mondo dove tre mari e due oceani si confondono; e confondono confini politici e quindi militari.
Sul traghetto che mi portò al loro arcipelago, era imbarcato un austriaco mercante di vaniglia da quasi cinquant'anni. Di storie di questi mari ne conosceva tante e per questo gli chiesi dei pirati.
"Esistono anche oggi?". "Oggi più che mai! In queste acque basta navigare tra isole piccole e fuori mano, e subito… eccoli. Sono loro". "Loro, ovvero i badjaos?…". "Una volta i pirati, qui erano solo badjaos… sembrarono poi scomparsi per sempre…". "E adesso sono ricomparsi?". "Sì, ma non sono solo loro a praticare la nobile attività; sono anche pescatori d'altura che vengono da Taiwan, dalla Corea. Hanno pochi soldi e tanta fame quelli ancora imbarcati sui pescherecci vecchi".
L'austriaco mi indicò, tra l'isola di Tengolàn e quella di Basilan, verso quale stavano puntando, un vecchio scafo da pesca che pareva uscito da una tavola di Hugo Pratt, scolorito, macchiato di ruggine, sporco di alghe e di nafta.
"Molti ritengono che gran parte dei pescherecci che si spingono tra le Filippine, la Malesia e il Brunei, esercitino rapine".
Sono motobarche lontane per mesi dai porti d'origine, dove non tornano se non dopo aver imbarcato tanto pesce quanto la stiva del loro battello può contenere; carichi conservati sotto sale perché questo genere di imbarcazioni ha raramente un impianto frigorifero; venduto poi, a prezzo bassissimo, malgrado la fatica della pesca sia stata enorme.
I loro motori a nafta, aiutati da stracci di vela alla meno peggio issate traverso l'albero centrale, ispirano paure, così come le vintas dei badjaos.
Quando riuscii a sbarcare a Isabela, la piccola capitale delle Sulu, vidi - durante la manovra d'approdo del nostro traghetto - un'intera flottiglia di vintas rientrare dall'alto mare. Si ormeggia tra le case su palafitte di un villaggio che da lontano pare sospeso sulle acque della baia.
Di ritorno dalla pesca? o da un atto di pirateria?
"Tra le reti, nascondono armi" borbotta un marinaio filippino "se non ci credi, chiedilo a qualcuno più importante di me".
Ne ebbi occasione incontrando e intervistando il Sultano di Isabela. Non osai in un primo momento porre la domanda sulla pirateria, il mio ospite ostentava un'aria trucida e le sue guardie del corpo l'inalberavano ancor più sinistra. E ostentavano armi automatiche.
Non mi era stato facile arrivare sino a lui, il Sultano è considerato un "rivoltoso sospetto" per i filippini; era quindi tenuto quasi in cattività dalla guarnigione stanziata a poca distanza dal suo "palazzo" .


Dopo aver toccato argomenti innocui, portai il discorso al tema.
"I suoi badjaos sono pirati per rivolta politica" chiesi "o per rispondere alla violenza con la violenza?".
Rivolgendosi a "lui", la parola "pirateria" aveva preso un significato preciso, storicamente: i suoi nonni erano tutti "ufficialmente" pirati; non poteva dimenticarlo.
"I nostri vecchi vennero definiti i pirati più feroci d'oriente, i "tagliatori di teste" tanto temuti dagli europei… Non so se meritano quella fama. Per certo essi furono i protagonisti delle nostre lotte per non dipendere da nessuno. Un popolo isolano dove può difendersi? Sul mare…".
Il Sultano di Isabela mi parlò di scontri e battaglie tra flottiglie di vintas delle Sulu e navi spagnole, inglesi, americane. Poi aggiunse: "Oggi però la "pirateria" è solo contrabbando" concluse.
"Solo?".
"Si contrabbanda di tutto sulle antiche rotte e con la stessa abilità".
Il Sultano si alzò dalla sua poltrona di plastica e mogano, e s'avvicinò alla veranda; di lì si vedeva un vasto tratto di costa della sua isola. E punti lontani, sul mare. Le vintas dei suoi sudditi partite verso luoghi di pesca? o li attendeva un appuntamento segreto?
Volevo immaginare il mio augusto e ambiguo ospite come Sandokan che si confida con Yanez ma, ascoltandolo, Salgari si cancellava dalla memoria.
"Tu sai quanto costa un pacchetto di Marlboro qui, e a quanto lo si rivende nel Sultanato di Brunei?… al doppio!".
Su quella battuta poco romantica, finì l'incontro.
L'intervista, se ripetuta oggi, nel caso il vecchio Sultano fosse ancora vivo, sarebbe assai diversa. Con lui vorrei parlare della trasformazione delle vintas: non più agili scafi dalle variopinte vele, ma imbarcazioni di plastica spinte da fuoribordo potenti, a volte montati in coppia. Diverse anche le armi che i badjaos ostentano: moderne, micidiali, a ripetizione. Solo per operazioni di contrabbando?
Accennando alla razzia nell'isola turistica di Sipadan, alle mie domande sulla pirateria non potrebbe tergiversare. E ammettere che il commercio illegale di sigarette non accontenta più i suoi sudditi. I giovani discendenti di chi scelse il mare per portare la guerra santa contro gli invasori, sembrano preferire il buon affare del sequestro, e rivendere non sigarette, ma un buon numero di turisti alle inette autorità del potere centrale
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