"Il Giornale"
febbraio 2002
TEMPLI DELLA PACE, DEDICATI ALLA GUERRA
Tokyo - Febbraio 2002
L'anziano portava un'asta con due grandi bandiere. Una, il disco rosso
del sole su fondo bianco, è il simbolo del Giappone di oggi, l'altra
con i raggi del sole che si dipartono infuocati in tutte le direzioni
è del Giappone di ieri. E' la bandiera da combattimento delle forze
giapponesi alla conquista dell'Estremo Oriente, il vessillo dei piloti
e dei marinai che attaccarono Pearl Harbor nel '41, e combatterono per
oltre tre anni sino alla resa.
L'anziano con le bandiere era forse un superstite ultra ottantenne della
ex flotta imperiale. Marciava da solo nel parco di Kitanomaru-koen al
centro di Tokyo, luogo consacrato ai caduti in guerra, oasi verde nell'oceano
di cemento della Capitale. Nei viali del parco il vecchio marinaio stava
muovendosi tra gruppi di famiglie con bambini, sportivi in allenamento,
turisti, coppiette in viaggio di nozze e ragazzini con la bicicletta.
Con le sue due bandiere, il reduce andava
tutto solo da un cippo di pietra a una lastra in marmo, a un'altra ancora
in bronzo; là dov'erano incisi interminabili elenchi di aviatori,
soldati e marinai caduti in combattimento. Solitario e assurdo, il vecchio
si muoveva a passo cadenzato tra la generale indifferenza. A ogni memoriale
si fermava in raccoglimento, abbassando l'asta.
Alle sue spalle tra i giochi di ombre e luce creati da alberi secolari,
emergeva la massa severa del tempio shintoista di Yasukuni-jinja, ovvero
"Il Santuario del Paese Pacifico". All'interno, mi è
stato detto, sono conservati i nomi di tutti i giapponesi (due milioni
e cinquecentomila, tra militari e civili) periti nel secondo conflitto
mondiale .
Accanto sta sorgendo un altro edificio non meno severo. Ospiterà
il Museo della guerra, al suo interno saranno esposti a grandezza naturale
numerosi cimeli.
Mi è stato consentito di vederne qualcuno anche se non si trovano
ancora nella definitiva sistemazione. Mi sono così trovato di fronte
a quanto resta dei siluri umani giapponesi e di un esemplare superstite
del famoso caccia Zero. Di grande interesse vedere per la prima volta
l'esemplare di un aereo praticamente sconosciuto, in Occidente; lo Yokosuka
Okha. E' velivolo a reazione nato per diventare arma invincibile dei Kamikaze.
Nel 1945 ne furono costruiti oltre novecento ma non furono pronti in tempo
al combattimento; le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki avevano concluso
in fretta il conflitto. Se gli Okha a reazione fossero entrati in azione,
avrebbero avuto un effetto devastante sulla flotta americana. Quel primo
e unico jet in azione nell'area del Pacifico, sarebbe stato velocissimo,
non sarebbe stato un kamikaze facile da abbattere. Come mi ha spiegato
lo storico dell'aviazione Gregory Alegi, i due motori jet del velivolo,
vennero costruiti su licenza italiana. Si trattava del reattore Caproni-Campini,
i cui piani, disegni e istruzioni furono portati nel 1941 in Giappone
da un nostro sommergibile che circumnavigò tre oceani in guerra
per fornire quest'arma agli alleati nipponici .
Il kamikaze fulminante non entrato nella storia, sarà
solo - adesso - oggetto di curiosità nel Museo. Dove nell'unica
saletta accessibile dell'edificio in costruzione, uno schermo video proietta
a orario continuato un film sulle azioni di guerra dei kamikaze. Assemblage
di spezzoni in bianco e nero, rigati e dal sonoro incerto, ripetuti a
orario continuo per un pubblico limitato ma sempre presente. Film sui
giovani piloti suicidi, la loro preghiera prima del decollo, i voli, i
successi (pochi) gli abbattimenti (tanti). Sequenze drammatiche girate
da operatori giapponesi e americani nel corso di furiosi combattimenti.
M'ha sorpreso notare chi assiste a questa proiezione. Non sono solo anziani
ex combattenti, o loro figli ormai vecchi anch'essi; nella saletta siedono
anche giovani e giovanissimi. Uno di loro, non lontano da me, abbassò
la testa, la tenne tra le mani quando nel filmato apparve Hiro Hito. Dimessa
l'alta uniforme, l'imperatore era in borghese, come un qualsiasi travet
occidentale; e così lo ritraeva il film, mentre annunciava al microfono
di Radio Tokyo la resa senza condizioni del suo paese .
Su questa scena si concluse la proiezione, per ricominciare pochi minuti
dopo. Nel breve momento in cui s'accese la luce, vidi lacrime copiose
colare sul viso del mio vicino. Il che mi sorprese, è raro che
un giapponese - soprattutto un giovane - esprima sentimenti così
intimi in pubblico.
Altri volti commossi vidi poco dopo davanti l'oggetto che più suscita
curiosità nello Yasukuni Yushukan .
Tanta curiosità, da tenerlo esposto in una provvisoria bacheca
per il tempo che intercorrerà tra l'abbattimento del vecchio Museo
e l'apertura del nuovo. Si tratta del guscio di una gigantesca noce di
cocco, protagonista di una vicenda di morte e di amore che pare una fiaba.
Sulla corteccia di quella noce si intravede il segno di alcune parole
in caratteri giapponesi. Chi m'accompagna, traduce: il testo inciso sulla
noce porta il saluto, o meglio l'addio, di un marinaio naufragato in una
piccola isola del Pacifico dopo uno scontro della sua unità con
la flotta americana. Scampato alla battaglia, ma dimenticato, sentendosi
morire dopo chissà quanto tempo d'abbandono, affidò il messaggio
sulla noce alle correnti dell'Oceano. Passarono, mesi, anni. Poi, in un
giorno del 1955 la noce giunse a destinazione. Gettata dalle onde sulla
sabbia di una spiaggia, in Giappone, venne raccolta, qualcuno decifrò
la scritta e il nome, fece accurate ricerche e riuscì a trovare
la vedova di quel naufrago. E le consegnò il messaggio.
A fine visita, quando tornai nel grande spiazzo alberato tra il cantiere
del Museo in costruzione e l'imponente sovrastruttura in legno nero del
tempio di Yasukuni-jinja, chi mi guidava aggiunse qualcosa sui nomi dei
caduti in guerra conservati all'interno dell'edificio. Ognuno è
scritto su un foglietto di carta di riso; ognuno, a rotazione è
esposto in un cortile all'interno.
Lì il vento muove i leggerissimi fogli, fa si che i nomi "continuino
a vivere". Testimonianza di devozione alla quale, come straniero,
non ho potuto assistere; ma ne ebbi un'idea assistendo all'esterno del
tempio, a uno spettacolo simile. Affidati alla volontà del vento,
leggerissimi fogli con messaggi indirizzati ai defunti erano lasciati
ogni giorno da parenti; e svolazzavano, vibravano, danzavano, appesi a
un grande pannello.
Spirava a raffiche forti e gelide, quel vento.
Quando riattraversai l'area sacra della piazza, non gonfiava più
le bandiere del Giappone di ieri e di oggi, il vecchio marinaio era scomparso,
sotto gli alberi e tra i cippi stavano prendendo il suo posto i venditori
di un variopinto "mercato delle pulci". Tra merci usate d'ogni
genere, vecchie macchine fotografiche, vasi e piatti, indumenti del "surplus"
militare USA, telefonini usati e desueti videoregistratori, intravidi
- cianfrusaglia tra cento altre - una catasta di spade arrugginite. Un
tempo, quando brillavano lucenti, erano l'orgoglio d'ogni ufficiale dell'Impero
.