"Il Giornale"
febbraio 2001
IL GIGANTE DELL'ABISSO
Di un gigante sconosciuto parlavano ieri flash d'Agenzie di tutto il
mondo. Riferivano di un raro esemplare di calamaro gigante, portato in
superficie dalle reti a strascico di un peschereccio al largo della costa
dell'Australia Occidentale. Pesava 200 chilogrammi, misurava circa quattro
metri senza calcolare i tentacoli che utilizza per nutrirsi; lunghi dodici
metri. Gli scienziati del Museo di Melbourne lo hanno posto sotto formalina
perché si tratta di un esemplare pressochè perfettamente
integro, circostanza preziosa per un animale di cui si sa pochissimo e
che non è stato mai catturato vivo.
Uno degli studiosi del Museo, Mark Norman, ha commentato che "se
si tagliassero a fette i suoi tentacoli, si potrebbero assaggiare anelli
di calamaro grandi come pneumatici da camion". Ha però aggiunto
che a causa della composizione chimica del suo sangue, "quel piatto
saprebbe di detergente per pavimenti" .
Esposto in Australia, questo "mostro
marino" farà di certo grande impressione. La stessa di chi
osserva quel gigante in una raffigurazione in plastica, estremamente ben
curata, esposta a New York.
E' appesa al soffitto d'una sala del Museo di Storia Naturale dove - riprodotto
in scala naturale - stupisce per grandezza e mostruosità. Qui un
amico, biologo del mare, m'ha ricordato come continuino a fallire i tentativi
di cogliere un'immagine reale di quel gigante marino. Nessuno riesce a
stabilire un contatto per osservarlo nel suo ambiente.
L'ultimo tentativo di ricerca si deve a una Spedizione organizzata per
una equipe televisivo-scientifica della BBC, in Nuova Zelanda. Gente decisa
a spendere oltre un milione di dollari e a rischiare probabili incidenti
immergendosi in alta profondità pur di riuscire a filmare il "mostro".
Dopo lunghe ricerche, i ricercatori non sono però riusciti nemmeno
a intravederlo.
Il mio amico biologo chiama questo misterioso signore del mare, con il
termine scientifico architeuthis dux. E tiene a precisare che quest'essere
rappresenta una pagina ancora in bianco nei volumi di Storia Naturale.
Al Museo la riproduzione del suo corpo, dal quale s'allungano dieci
possenti appendici, affascina e impaurisce i visitatori. La rende volutamente
sinistra la debole illuminazione di un unico spot direzionale; il resto
della sala - perennemente gremita, di visitatori - è astutamente
tenuto in un'oscurità velata.
Seguendo il mio sguardo che indugia sul "mostro", la mia esperta
guida mi ricorda che nei mari del mondo (in acque tropicali come nelle
temperate e nelle glaciali), migliaia di forme di vita sono ancora completamente
sconosciute.
Abbiamo inviato astronauti a studiare la Luna, mi dice, stiamo per spararli
sino a Marte, abbiamo lanciato sonde al di là del sistema solare,
altre per dirci cosa nasconde l'anidride carbonica congelata in un satellite
di Giove. Spendiamo miliardi di dollari, impegniamo centinaia di intelligenze,
interi Istituti di ricerca lavorano da decenni nell'avventura spaziale
certamente suggestiva, anzi magnifica. Ma intanto "Ancora non sappiamo
quante forme di vita nascondano i nostri mari. E nemmeno sembriamo ansiosi
di saperlo. Non mi riferisco solo alla ricerca di microscopiche creature,
come le infinite che vivono nel plancton" riprende, in tono tra l'indignato
e il rassegnato "né alla catalogazione di minuscoli gamberetti
o a varietà di alghe, di molluschi di minime dimensioni. No, io
mi riferisco al persistente mistero che avvolge la creatura di stupefacenti
dimensioni che, questo Museo espone in plastica. Di lui alle soglie del
XXI secolo non ne sappiamo ancora quasi nulla. Eppure popola i mari in
migliaia d'esemplari ed è di dimensioni enormi".
Nella sala dove ci troviamo ogni cinque o sei minuti, con effetto spettacolare,
altri riflettori direzionali puntati sull'architeuthis s'accendono di
colpo. In quel momento dai presenti - gli occhi sbarrati su quanto è
raffigurato con accurato realismo - sale un confuso brusio.
"Ecco" dice il mio accompagnatore "ora si può vedere
con chiarezza lo sconosciuto del quale sono noti solo alcuni dati. Sappiamo
che la sua lunghezza può raggiungere i diciotto metri, il peso
superare le due tonnellate; ma altri inquietanti enigmi sono irrisolti.
Dall'epoca medioevale, da quando sue parti mozzate e dilaniate, furono
portate in superficie da correnti marine e gettate sulle rive in varie
parti del mondo, si ipotizza sulla forza dei suoi tentacoli e sulla sua
aggressività. Quando parti del "mostro" vengono a galla,
come nei giorni scorsi in Australia, di lui sappiamo qualcosa di più.
E qualcosa sappiamo da quanto viene rinvenuto negli intestini dei capodogli.
Con questi cetacei enormi, l'architeuthis dux ingaggia lotte disperate".
Indicato il simulacro appeso al soffitto, mi chiede: "Ti sembra un
mostro?
Quanto si conosce poco, in natura, appare spesso "mostruoso".
In questo caso nelle profondità oceaniche dove si suppone lui viva,
l'esplorazione scientifica s'è spinta solo in rare occasioni con
batiscafi che hanno consentito scarsa mobilità e minima visibilità.
Per questo resta una creatura sulla quale si può fantasticare.
Paure alimentate dal saperlo armato di otto possenti "braccia"
e due tentacoli lunghi oltre dieci metri che possiede. Temibili armi da
difesa e di offesa, muniti di uncini e ventose, in grado di trattenere
e lentamente stritolare quanto finisce nel loro abbraccio".
Indicando ancora il modello, aggiunge: "Come
vedi, da quel corpo compatto emergono occhi grandi, sempre sbarrati, globi
oculari di simile grandezza non se ne conoscono, nel mondo animale. Alcuni
cultori della fantabiologia ritengono l'architeuthis dux una forma "diversa"
di evoluzione nel nostro pianeta. Altri lo hanno definito addirittura
"creatura aliena giunta sulla terra da un mondo sconosciuto".
Infantili fantasie rese possibili, perché noi di lui continuiamo
a ignorare quasi tutto. Non sappiamo se sia un solitario o viva in gruppo,
quale velocità raggiunga spinto dal suo sifone. Né come
si orienti e come veda nel buio assoluto dell'abisso".
Usciti dal Museo la lunga chiacchierata sul "mostro" continua
consumando un veloce lunch: "Mentre mangiamo calamari fritti posso
continuare a parlarti dell'argomento", mi ha detto ridendo. Versa
sui calamari finiti sul suo piatto dosi abbondanti di salsa e mi ricorda
che tra gli esemplari di questa specie, la gamma delle dimensioni è
stupefacente: va dalla minuscola idiosepia, più piccola del suo
nome quale appare stampata in una pubblicazione scientifica, sino alle
gigantesche misure dell'architeuthis dux. E mi ricorda in proposito una
straordinaria testimonianza: "Risale al tempo della Seconda Guerra
Mondiale quando a bordo di una piccola nave da guerra britannica al largo
delle isole Maldive, un marinaio di nome Starkey, vide un essere enorme.
Era notte, lui era di guardia quando un cerchio di luce verdastra apparve
nell'acqua, a lato della chiglia. Senza riuscire a credere a se stesso
dovette ammettere che quanto stava vedendo era un occhio! Ne seguì
il riflesso luminoso, si muoveva alla stessa velocità della nave,
e lui restò esterrefatto: "l'essere misterioso" si estendeva
da poppa a prua
".
"Tu, come scienziato, ci credi?" gli ho chiesto, interrompendolo.
Non mi ha risposto subito. Ha finito di gustare l'ultimo calamaretto ancora
sul piatto e scuotendo la testa mi ha posto a sua volta un interrogativo:
"Tu, come buongustaio, pensi che una bistecca tagliata nel corpo
di un calamaro gigante potrà essere appetitosa quanto un piatto
d'esemplari minuscoli, come quelli che abbiamo appena gustati?"