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Folco Quilici
Filmografia
 

 

"Il Giornale"
febbraio 2000

 

PERCHE' CI CREDIAMO COLOSSALI?

Un lavoro quale il mio può offrire l'occasione di gettare uno sguardo in molti e diversi ambienti naturali; infatti in varie zone del mondo, ho avuto occasione d'osservare un certo numero di creature del mondo animale. Nulla più di un appagamento di curiosità, sin quando riflessioni su quanto m'era capitato sotto gli occhi mi hanno posto interrogativi determinanti nel convincermi a affrontare un lavoro di ricerca che dura ormai da più di un anno.
Punto di partenza è stata una domanda apparentemente paradossale: perché a differenza d'ogni altra specie, noi "bipedi evoluti" non ci siamo accontentati della misura fisica alla quale ci ha predestinato la natura?
Una tigre, un topo, un ippopotamo, un passero o quant'altri esemplari del regno animale ci può capitare d'osservare, vivono e si riproducono restando nelle loro naturali dimensioni. Apparentemente anche noi umani siamo chiusi in una gabbia di proporzioni invalicabili; ma in pratica rifiutiamo questa "condanna alla misura prestabilita". Fin dalla prima maturazione culturale della nostra specie abbiamo supplito con fantasia all'impossibilità fisica di diventar più grandi di quanto fossimo stati destinati dalle leggi dell'evoluzione (salvo le differenze, in fondo minime, esistenti tra il gracile corpo di un pigmeo e quello, debordante, di un lottatore di sumo). Dall'età della pietra in poi e in ogni cultura, abbiamo desiderato apparire più grandi di quanto fossimo. Ci siamo raffigurati "fuori di misura" per essere onorato e ricordato.
Basti pensare all'Egitto, ai faraoni ritratti come giganti nella pietra tenera del deserto e renderci conto che in tempo presente la vanità dei potenti sembra non minore. Da film e fotografie conosciamo i busti dei primi Presidenti degli Stati Uniti, ritratti in dimensioni eccezionali utilizzando quattro cime di montagne, nella catena dei Rushmore. E tutti ricordiamo le attualità televisive che mostravano l'abbattimento di statue dedicate a uno Stalin, ritratto in bronzi tanto colossali quanto ridicoli e brutti.
Sorprese ancor maggiori possono suscitare opere "fuor di misura", comparandole da un altro punto di vista; ad esempio, il ciclopico Budda di Banjan, in India, e il Cristo di Rio de Janeiro furono innalzati contro cielo esagerando normali proporzioni umane, essi sorsero a mille anni di distanza e per devozioni religiose del tutto estranee l'una dall'altra, ma furono ideati e hanno perseguito un identico scopo di suggestione.
Tornando ai faraoni deificati in forme mastodontiche, li cito di nuovo per sottolineare non tanto l'esecuzione raffinata di quelle sculture, ma per ricordare che motivo ispiratore della loro creazione fu comune a tante altre comunità, per lo più sconosciute le une alle altre, lontane, e dalle più diverse radici culturali. Lo scopo degli scultori egiziani non fu diverso - per citare il caso estremo - da quello di altri scultori rozzi e primitivi, i maori dell'Oceano Pacifico. Essi ebbero la stessa ispirazione e mirarono allo stesso fine dimostrando d'esser capaci di emulare gli egizi con la loro opera di scultori, trasformando enormi blocchi di roccia lavica in moai, le statue giganti dell'isola di Pasqua. Tra l'altro, se riusciamo a spiegarci come fu possibile agli egizi innalzare i loro colossi impiegando decine di migliaia di schiavi, risulta molto difficile, comprendere come poche centinaia di isolani abitanti una terra sperduta nel Sud Pacifico siano riusciti nella stessa fatica.
Evidentemente la vertigine del colossale in memoria degli antenati eroi-navigatori, ipnotizzò e galvanizzò quel minuscolo universo popolato da una comunità dalle risorse limitate. E questa rappresenta una ulteriore prova di quanto la "febbre della dismisura" non conosca confini storici o geografici; né limiti artistici di creatività, o fisici di fatica.
A Parigi, parlando del rapporto dell'uomo con la dismisura, ho avuto un colloquio con François Barré, studioso di prestigio, responsabile dell'Istituto che si occupa dei beni culturali in Francia; e quindi anche dei grandi monumenti.
A suo avviso, il rapporto tra uomo e "colossale" è iscritto nella nostra vicenda su questo pianeta "… lo si deve riferire alla Genesi, alla creazione del mondo, a fenomeni grandiosi come la deriva dei continenti, al movimento delle placche tettoniche oppure a miti come quello del Diluvio". Per lui è evidente, insomma, che l'umanità si è sempre trovata a doversi confrontare con l'immensità.
Elaborando l'idea di chi vede l'uomo impegnato nel creare "il colossale" per riuscire a "trasformarsi in divinità", Barré considera che: "… l'immensità del nostro "corpo sociale" - agglomerazione di milioni d'individui - è ormai una sorta di divinità per l'uomo d'oggi". Per questo l'attuale generazione, dice addio agli "Esseri Superiori" sino ad ora onorati. E li si sostituisce venerando il "corpo sociale".
Quanto al gigantismo vero e proprio esso continua, secondo Barré, a solleticare vanità da primato; i grattacieli ci ricordano Le Corbusier che vide "… nella volontà di grattare i cieli, di mettere le ali ai palazzi, il desiderio dell'uomo di affermare una "presa di potere" sul mondo".
Pochi giorni fa ho posto i miei interrogativi sul tema del "colossale" a un altro intellettuale, lo scrittore e saggista Joachim Fest.
Eravamo in quello che molti considerano uno dei Musei più interessanti di Roma, il "Montemartini" ricavato nei vasti ambienti dove a inizio secolo le turbine a vapore producevano energia elettrica per la Capitale. All'interno del vasto edificio, opere create in età classica, (trasferite qui dai "magazzini" di altri e più noti Musei romani) convivono con "macchine" giganti della prima era industriale. Anche per questo, Joachim Fest, rispondendomi, sullo sfondo di colossi marmorei e d'acciaio, non poteva non riferirsi al rapporto tra passato e presente.
"L'ambizione di creare opere fuori da ogni misura non è legata a una particolare epoca; esiste da quando esiste l'uomo, continua e continuerà nel futuro. Le "sette meraviglie del mondo", caratterizzate dalla loro grandezza, magnificavano, sì, le potenze dell'aldilà ma soprattutto l'uomo e la grandiosità dei suoi piani. Il desiderio di grandezza, la spinta a "uscir fuor di misura" ha moltiplicato poi, nel al XIX° secolo, la nostra vanità offrendoci un miraggio ottimista: grazie al progresso tecnologico potremo creare di tutto e in quantità".
Trent'anni fa Joachim Fest divenne scrittore famoso per il successo mondiale di una biografia su Hitler; ora ne ha pubblicata un'altra, già best seller in Germania e presto edita in Inghilterra e in Italia; un saggio sulla vita e le opere di Albert Speer, il "creatore del colossale" nella Germania nazista.
Proprio questo recente studio ha suggerito a Fest come concludere la sua riflessione sul tema che gli avevo proposto.
"Quando l'imperialismo è diventato ideologia dominante, tra il XIX e il XX secolo, in due nazioni che nella spartizione del mondo erano state discriminate: l'Italia e la Germania, nacque il desiderio d'emulare i paesi ricchi e potenti".
Italiani e tedeschi idearono allora "tecniche di compensazione" da perseguire non solo con la forza delle armi e delle ideologie ("… Hitler politicizzò il complesso d'inferiorità dei tedeschi, dichiarando sua meta una "Germania grande fino agli Urali""). E si reagì ai complessi d'inferiorità anche intraprendendo opere colossali d'architettura.
L'Italia come simbolo della sua ambizione edificò il mastodontico e tronfio monumento in onore di Vittorio Emanuele II.
In Germania la volontà da grande potenza ebbe il suo corrispettivo in edifici destinati a superare in grandiosità qualunque altra opera costruita prima dal nazional-socialismo. E con progetti non limitati solo a Berlino, dove sarebbe sorto un arco di trionfo, in grado di contenere nel suo spazio interno l'arco esistente alla Porta di Brandeburgo, già di per se enorme. Altri progetti da realizzare in tutta la Germania; sconosciuti sino ad oggi e messi in risalto da Fest, prevedevano ciclopici lavori urbanistici in molte città tedesche, per trasformarle tutte in "Città del Führer".
In proposito il pensiero di Hitler era stato chiaro: "L'architettura deve rendere l'uomo piccolissimo e così istillargli l'anelito alla grandezza". Questa convinzione "…caratterizzò i suoi piani urbanistici e per questo" secondo Fest "i suoi progetti provocano in noi, un'impressione oppressiva e triste".
Hitler e Speer ebbero - in campo architettonico - un predecessore che esprimeva idee non molto diverse da quelle del Führer: Napoleone Buonaparte. Quando l'architetto progettista del Palais des Invalides, timoroso, disse all'Imperatore: "Forse ho sbagliato, forse ho ideato una cupola troppo grande" ebbe - se io ricordo bene - una risposta secca e perentoria: "Va bene così. Tutto quanto è colossale è bello".