27 Novembre 2006
LA STORIA IN TV
Perche’ in proposito si scrivono tante stupidagini?
Nel 1963, non avevo ancora lavorato per la TV, venni chiamato dal Direttore Generale Domenico Bernabei. Si agitavano polemiche per il film-scandalo “Africa Addio” di Gualtiero Jacopetti e il Direttore mi propose di controbattere “subito” alle falsità di quel finto documentario. Partii immediatamente per un lungo itinerario nel Continente Nero, con l’obiettivo di raccontarne la storia e di documentarne la cultura prima del flagello schiavista e del dominio coloniale. A Timbouctu narrai di quella città del Mali dove già esistevano nel ‘900, grandi biblioteche e si studiava in Università di valore pari a quelle europee; un esempio tra i tanti sviluppato con la guida di uno storico italiano dell’Africa nera, Romain Rainero; e di suoi colleghi inglesi e francesi.
Fu l’inizio di un periodo in cui la “grande storia” fu di casa nei programmi culturali della RAI, diretti allora da Fabiano Fabiani e da Emmanuele Milano.
Su loro invito e con importanti storici internazionali a fianco, seguirono oltre quindici anni di grandi produzioni affidate a vari registi italiani.
Premetto queste righe per giustificare la sorpresa, vorrei dire l’indignazione, nel leggere l’“Appendice” di un’interessante opera apparsa da qualche giorno in libreria “Fare storia con la televisione”, edizioni V&P, Milano, Euro 20,00.
Il libro, dopo una serie di documentati testi tratti dagli atti di un Convegno, tenuto a Milano nel 2004, presenta la citata “Appendice” a firma di Matteo Bianchi; diciotto pagine dall’impegnativo titolo, “ Cinquant’anni di storia nella televisione italiana”, nelle quali ignorano totalmente le opere sul tema della “grande storia” prodotte e trasmesse dalla RAI negli anni ’60, ’70, ’80. Mancanza tanto più clamorosa considerando quanto spazio le pagine della stessa “Appendice” dedicano a produzioni (non tutte importanti) degli ultimi tempi.
Pagine e pagine senza ricordare nemmeno di sfuggita che molte delle produzioni volute dalla RAI, furono coproduzioni internazionali; anche per l’avallo della presenza di grandi storici, esse vennero distribuite in molti paesi europei.
La storia dei periodi scelti vi era narrata nei luoghi ove s’era sviluppata, con immagini curate con massima attenzione da troupe altamente professionali; il che spiega il loro successo non in canali specializzati, ma su reti generaliste e in ore di grande ascolto.
Nulla di tutto questo, affiora dal testo dedicato ai cinquant’anni di televisione, tacendone quanto meno venticinque (forse i più importanti, sul tema “storia e TV”, dei successivi venticinque).
Le omissioni sono solo un errore o sono volute?
Il lettore se lo chiede, davanti a inesplicabili silenzi. Ad esempio la citazione solo di sfuggita di una sola delle importanti opere di Sergio Zavoli, “La notte della Repubblica”, definendola “inchiesta” per diminuirne il valore storico; di Zavoli non si ricordano altre trasmissioni che suscitarono interesse e altissimi indici di ascolto.
Del lavoro di Nicolò Caracciolo si dimentica “Salò”, lungometraggio che si avvalse di uno straordinario testo di Renzo De Felice.
E di Renzo De Felice non ci cita nemmeno di sfuggita “La Storia d’Italia del XX Secolo”: dieci anni di lavoro, sessantacinque film realizzati con altri due storici, Scoppola e Castronovo; la maggiore produzione seriale mai realizzata per la TV.
Si tace anche sul fatto che la TV italiana, in contemporanea con le maggiori Reti europee, affidò al grande storico Fernand Braudel, tra i maggiori del ‘900, la direzione scientifica di due Serie TV dedicate alla storia: “Civiltà del Mediterraneo” (1976/79, in tredici episodi) e “L’Uomo Europeo” (8 episodi, 1979/80). Precedentemente, con il contributo degli storici del College de France, erano stati realizzati otto film di un’ora, “Civiltà dell’Islam”, con riprese in tutte le aree del mondo di cultura islamica.
Di quelle Serie, per averne realizzate alcune, conosco l’impegno, la fatica e anche il costo. Anche perché, contrariamente a quanto avventatamente scrive Bianchi, non è affatto vero che i film televisivi storici del periodo ‘60/’70 fossero “documentari di montaggio: immagini di repertorio, spesso acquisite da altri organismi, cucite tra loro e commentate da una voce fuori campo”. L’affermazione è totalmente errata: Fernand Braudel, come altri grandi nomi, furono presenti in prima persona nei film da loro curati. Né venne mai usato materiale di repertorio ma si tradussero i testi in immagini filmate, anche in luoghi remoti (le otto puntate de “L’Alba dell’Uomo” furono filmate in tutto il mondo e vendute dalla RAI in diciannove paesi europei ed americani).
Si potrebbero allungare e di molto le citazioni. Aumenterebbe così lo stupore nel notare che quest’Appendice appare in calce a un’opera di tutt’altra serietà che offre al lettore importanti e documentati testi sullo stesso tema. Con presentatori d’eccezione come Paolo Mieli e Aldo Grasso.
Folco Quilici