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Folco Quilici
Filmografia
 

 


settembre 2000

 

IL MARE SPUGNA

Ho navigato nel Mediterraneo per alcune decine di anni.
In cerca di tesori.
In alcuni momenti, su certe rotte, aiutava la ricerca che andavo compiendo, l'immaginare - con le dovute differenze, per non cadere nel ridicolo - di ripercorrere le rotte avventurose d'un gruppo d'audaci: gli Argonauti. I mitici eroi, alcuni di stirpe divina, che navigarono nel Mediterraneo antico cercando di impossessarsi di un tesoro prezioso, il Vello d'oro.
La loro epopea, tramandata di generazione in generazione nel nebuloso tempo prima della storia, servì per trasferire la conoscenza del mare attraverso racconti simbolici. Favole e miti, "portolani" utili a chi nel Mediterraneo antico si muoveva per scoprire nuove terre, isole, genti.
Forse nel Mediterraneo dell'anno duemila, ci sono navigatori su piccole imbarcazioni - e io sono uno di loro - che in ben differenti condizioni ma per uno scopo analogo hanno ripercorso e ripercorreranno le rotte degli Argonauti.
Lo scopo fu - e rimane - quello di cercare un tesoro. Ma quale, oggi?


Si afferma che il Mediterraneo è malato, il Mediterraneo non è più lo stesso. I pessimisti ipotizzano una sua fine prossima. Alcuni (quelli che non l'hanno mai visto da vicino, secondo me) sostengono che sia già morto.
In ogni caso si tratta di una visione non globale e per questo distorta o quantomeno generalizzata. Una tragica ma parziale verità da accettare con le molle, da verificare attentamente.
Malato grave o solo ferito, il Mediterraneo continua a proteggere ultimi suoi segreti, li salva dalla dissacrazione. Per questo i tesori che i nuovi Argonauti possono cercare lungo le sue coste, nei suoi fondali e in cale e ridossi, sono più numerosi di quanto si possa immaginare.
Quali luoghi e quali tesori? mi chiede ancora, e giustamente, il lettore.
Non ho difficoltà a citarne alcuni. Sono certamente tesori da scoprire (e conservare) certe acque dalle trasparenze magiche, fondali ancora coperti da foreste di posidonie, scogliere nei cui anfratti più profondi torna e cresce il corallo rosso. E lo sono certi borghi marinari ove ancora non è sorto un Hotel di cemento con gli infissi di alluminio, luoghi appartati dove nel tal giorno di quel certo mare si onora la Madonna, "Madre Santa" dei pescatori. Anche se già assediato da questo o quel club, quel borgo è tuttavia ancora la residenza del pescatore che regola la calata del suo tramaglio sul movimento in cielo delle Pleiadi.
Altri tesori, il nuovo Argonauta può cercarli nelle acque profonde tra Corsica e Liguria dove navigano colonie di balene.
E altri ancora nelle collezioni di primitivi ex voto in questa o quella Cattedrale, o in altri monumenti famosi, o ignoti, inseriti nel paesaggio.
Esemplificati alla rinfusa, questi sono solo alcuni tra i "tesori" da cercare e da salvare.
Altri sono i reperti archeologici sepolti dal mare. Ne sono stati portati alla luce, da quando esiste la ricerca subacquea a livello scientifico, solo lo 0.2 per cento di quanto si stima esistano nei fondali di un mare che un grande studioso, Sabatino Moscati, definì "Il Mare Museo". Il restante 99,8 per cento dei tesori sommersi aspetta archeosub audaci oppure sonde automatiche e minisub a campagne internazionali di ricerca.
"Laggiù" giacciono certamente altri Bronzi di Riace, altre statue bronzee o marmoree di Poseidone o di Laocoonte. Verranno alla luce domani, quanto nel Mediterraneo gli archeologi scenderanno a sempre maggiori profondità. E nuovi Argonauti ripartiranno alla ricerca di altri Velli d'oro.


Gli Argonauti, mi obietterà chi considera questi miei paragoni come pretestuosi, erano guidati da eroi famosi, Giasone, Ercole, Orfeo, Polifemo. Una bella squadra.
Noi, con quale presunzione possiamo paragonarci a loro?
La nostra navigazione sulle rotte della conoscenza è un nulla rispetto alle infinite rotte intrecciatesi nel Mediterraneo, da quaranta e più secoli. Eppure non è da meno la "squadra" di oggi eroi: non mitici, ma reali "piloti" quali sono i maggiori studiosi di questo mare, archeologi, storici, poeti, esploratori.
Ad alcuni di loro sono stato vicino, sono stati per me maestri e guide: Sabatino Moscati, nel Mediterraneo dei Fenici; in quello di Filippo II, Fernand Braudel. E Predgrag Matvejevic nell'analisi delle tradizioni; e Leonardo Sciascia per guidarmi nel mosaico culturale siciliano; e Jacques Yves Cousteau nella sfida alle profondità; di Valerio Manfredi nei meandri dei miti; di Pier Giovanni D'Ayala nella ricerca etnologica, di George Vallet, lungo le complesse vie delle migrazioni.
Ho sciorinato una lista di nomi famosi, e non sono tutti; con loro e con altri ho potuto raggiungere molti porti noti e approdi in certa misura sconosciuti. Senza di loro non avrei mai osato sfidare il Mediterraneo, continuare quell'avventura della conoscenza che i mitici Argonauti hanno iniziato nella luce incerta dell'antichità. Per grandi studiosi e umili navigatori, per cronisti e storici, per curiosi e specialisti nel nostro mare il viaggio degli Argonauti deve continuare oggi; e dovrà svilupparsi certamente domani.


Verso il Mediterraneo noi tutti partiamo quando è la stagione del sole. E con noi giungono al nostro mare genti di ogni dove nel mondo, a milioni; decine e decine di milioni.
E' "il mare delle vacanze" che vorremmo tutto e solo per noi; e lo vorremmo in pace. Senza il sangue sparso sulle sue rive ove l'odio è più forte della felicità, della serenità; dove orrendi delitti si compiono nella luce d'un sole indifferente, radioso come sempre.
Una costante atroce, questa, del mondo mediterraneo; la coesistenza della pace e della violenza, lo scontro sanguinoso tra fratelli, genti fino a ieri tranquilli vicini di casa e all'improvviso - per vampate d'odio etnico, o religioso o ideologico - si macchiano di barbarie immani.
Questa costante ha rivestito tutti noi mediterranei di una invisibile corazza di cinismo; purtroppo o per fortuna, a secondo dei punti di vista ci ha abituato alla violenza, anche la più efferata, così come alla bellezza anche la più sublime.
La gioia di vivere assieme all'orrore della morte.
Non sto perdendomi in elucubrazioni astratte: le carneficine della Bosnia, la violenza assassina in Algeria, il vicino Oriente senza pace convivono con il resto del Mediterraneo i cui alberghi rigurgitano di turisti, le spiagge e le scogliere formicolano di bagnanti, gli orizzonti azzurri sono solcati da vele, yacht, traghetti, aliscafi e navi da crociera.
Da sempre del Mediterraneo accettiamo questa ambivalenza.
Il viaggio degli Argonauti fu ostacolato da orridi mostri e da furie meteorologiche immani; eppure giunse a conclusione, portò i suoi eroi all'incontro con il tesoro.
Mediterraneo, mondo di contrasti che coesistono, e volta a volta si esaltano o si elidono. Si assorbono.
Questa capacità potrebbe farci sperare che in un futuro non lontano problemi drammatici come quelli ambientali, potranno essere risolti.
Sogno non facile da coniugare con la realtà. Forse una deserta scogliera o un'isola difficile da raggiungere, tanto ostile da tener lontani intrusi dissacratori, potrebbe offrirsi come prova concreta che un simile luogo esiste. Ma posso dire, per esperienza di lunghe ricerche, che si tratta di una mèta difficile.
D'altra parte nulla è facile, nel Mediterraneo...


Ad esempio non è facile affrontare la ricerca dei suoi tesori, sopra e sott'acqua se riferiamo al concetto di "tesoro", ai "beni archeologici" perduti in mare, ai quali ho poco sopra accennato. Con tecniche di anno in anno più raffinate li cercano gli archeosub impegnati in ricerche difficili a profondità fino a ieri primitive.
Partecipando all'avventura di una ricerca archeologica subacquea ci si rende conto quanto al Mediterraneo ben valse la definizione di "spugna della storia". Studiando il famoso relitto di Ulu Burum, in Turchia, che tremilacinquecento anni fa trasportava un carico prezioso e miseramente naufragò sulle coste d'Anatolia, gli esperti hanno dedotto dai reperti raccolti sul fondo che l'equipaggio di quella nave doveva essere mista. Micenei, fenici, egiziani navigavano assieme; una prova che i contatti, gli scambi, le intese tra le genti mediterranee già in epoche così lontane erano intensi.
Le prime genti mediterranee assorbivano da altre culture e lasciavano assorbire la propria da altri. Nella prima luce della storia, è emblematica la vicenda dei micenei. A loro, si deve la fitta rete di scambi culturali e commerciali sullo sfondo di un'epoca già storica ma ancora confusa con il mito. Tempo di un mondo immortalato dai versi di Omero; sono micenee le architetture delle città a sfondo dei canti dell'Iliade e dell'Odissea; poemi in lingua greca, ma generati da un tempo ancor più antico, forse in quella misteriosa e fertile area egea delle Cicladi.


Tra le mie esperienze al seguito degli Argonauti-archeologici impegnati nella ricerca di tesori nascosti del nostro mare, la più lunga e approfondita ha avuto come sfondo sottomarino, una delle antiche vie d'acqua che dal Mediterraneo orientale portava verso occidente. E' detta "rotta dei marmi" e risale all'età in cui Roma era capitale del mondo; a quel tempo la sua ricchezza e la sua arroganza, le permettevano non solo di depredare statue e monumenti nell'area dov'erano fiorite l'arte greca e ellenistica, ma di assecondare la moda imperante, attingendo alle cave d'origine i marmi preziosi. Li imbarcavano e li trasportavano in Italia, in Sicilia, nell'Africa romana, dove città, ville, terme e templi dell'Impero, si moltiplicavano.
La nave lapidaria naufragata a Mahdia, sulla costa tunisina, nel 100 a. C., trasportava colonne di marmo attico, con basi e capitelli; carico prezioso che, a quanto riferiscono le fonti storiche, era stato ordinato da Lucio Licinio Crasso per la costruzione di un teatro. Il relitto di Mahdia è solo uno dei tanti già individuati sul fondo del nostro mare, quando ne navigavano forse Roma centinaia e centinaia.
Augusto affermava di aver trovato l'Urbe di mattoni e di averla lasciata di marmo. Ed è vero, anche perché durante il suo regno e quelli dei suoi successori, la famiglia imperiale si impadronì e gestì in proprio, un gran numero di cave di marmo pregiate come il granito grigio o rosa della Nubia, il marmo bianco dell'Attica (quello color dell'oro, il cosiddetto "africano"). Dalle isole greche, dall'Eubea e anche da Afrodisia, nell'Asia Minore, proveniva marmo a grana fine, molto richiesto, a Roma. Sempre dall'Asia Minore, da Assos, giungeva un granito grigio chiamato lapis sacophagus ("pietra-che-mangia-la-carne"), infatti un defunto deposto in un sepolcro di questa pietra, (da allora detto, appunto, sarcofago) era ridotto in poco tempo alle sole ossa.


Il guadagno dei mercanti di marmo, doveva essere alto se affrontavano problemi e rischi per attraversare il Mediterraneo che sa infuriarsi e diventare molto pericoloso. Essi per imbarcare merci pesanti, disponevano di navi speciali, le "lapidarie", talvolta di tali dimensioni da richiedere la costruzione di scafi appositi. Ma il naufragio era incidente frequente anche se le navi vantavano equipaggi esperti. Difficili da superare gli spartiacque naturali nell'estremo sud Italia e in Sicilia. Difficile affrontare correnti e venti spesso mutanti da favorevoli a avversi.
"Venne improvviso / Zefiro urlando, soffiando con raffica grande" narra il dodicesimo libro dell'Odissea "stroncò le drizze dell'albero la bufera del vento, / l'una e l'altra: l'albero cadde indietro, / tutti i paranchi s'afflosciarono nella stiva". Quello "Zefiro urlante" poteva portare le navi sulle insidie che il Poeta chiamò "rupi erranti": scogliere, tomba di navi antiche, ma anche di non poche moderne.
Tra i resti più comuni d'una nave naufragata in età classica, sono le anfore. In un certo senso, rappresentano le antenate del nostro bidone multiuso, la cosiddetta "tanica" che in genere contiene venti litri di liquidi (benzina o acqua o olio) ed è diffusa in tutto il mondo, in particolare nelle regioni meno sviluppate.
Anfore di argilla furono usate fin dai primordi della civiltà; quelle modellate dai fenici introdussero un perfezionamento importante, le si modellavano più strette nel fondo e con manici. Così potevano non solo essere legate sul dorso degli animali e consentivano di versarne facilmente il contenuto. Ma potevano essere impilate una sull'altra nelle stive delle navi.
Come lo sconosciuto tecnico tedesco che inventò la "tanica" per aumentare l'autonomia dei carri armati impiegati da Rommel nella seconda guerra mondiale, lo sconosciuto fenicio di 2.500 anni prima, trasformò un normale contenitore e ne fece il suo alleato nei lunghi viaggi. La "tanica" come serbatoio portatile di riserva - d'acqua, di benzina, di nafta - migliorò la mobilità dei mezzi corazzati di Hitler; l'anfora fornì ai mercanti fenici un vantaggio importante nelle loro spedizioni marittime.

 

Difficile seguire un percorso rettilineo, nel Mediterraneo. E' difficile se si naviga da un punto all'altro del mare, è difficile se si passa da una pagina all'altra della sua storia.
Un buon portolano redatto da un nostro marinaio (o di un nostro storico: a scelta!) non può non suggerire che rotte tortuose.
La contraddittorietà della quale sin qui ho offerto alcuni esempi mi costringe a continue virate; non ne è finita una, già occorre affrontarne un'altra. Perché (occorre ripeterlo) tutto è contraddittorio nel Mediterraneo. Oggi lo vediamo sovrappopolato, sappiamo che l'antropizzazione è uno dei suoi problemi; eppure chi ha navigato lontano dalle rotte più battute, ha ricordi d'approdi in isole o lungo coste desolate, in splendida solitudine; forse non molto diversi da come apparvero agli Argonauti.
Personalmente sono convinto che proprio da tanti diversi e provocanti opposti punti d'attrazione e repulsione, nasce l'amore per questo mare.
Se continuo a muovermi lungo i suoi confini con identico interesse, oggi come cinquant'anni fa, lo debbo certamente a questa caratteristica: contraddicendosi, il Mediterraneo permette il godimento di continue scoperte ed emozioni; come fossi ogni volta a un mio primo contatto con lui, quando vi navigo e mi ci immergo, mi appassiona perché mi provoca subito con nuovi interrogativi (perché è naufragata questa barca? Cosa m'attende al di là di questo dirupo? Chi abita in quel villaggio? Da dove viene e dove sta puntando il capodoglio che ho intravisto emergere?).

Delle mie rotte mediterranee, tra i ricordi d'approdi in isole o lungo coste di desolate ma splendide solitudini, altre mi tornano alla mente, ove l'uomo s'è aggrappato come un'ostrica allo scoglio. Mi riferisco ai borghi nati, sorti attorno ai porti; e non necessariamente a grandi città, come Genova, Venezia, Napoli. Esse hanno i loro problemi, spesso molto gravi. Ma i piccoli borghi sono minacciati nella loro identità, nella loro esistenza. Perché il "luogo di mare" come ideale di vacanza è alla portata di tutti soprattutto nel Mediterraneo. E proprio per questo può cancellarsi la magica equivalenza di alcuni dei luoghi del nostro mare con il concetto di felicità. Troppo successo turistico può portare alla paralisi; alla cancellazione di ogni ricordo nella scelta di un presente che porta denaro.
Lungo certe coste questo pericolo è reale. In taluni luoghi il danno è irreversibile, ormai.
In altri, invece, l'eredità del passato è ancora salvabile (come in località famose per la loro bellezza, come le Eolie, le cale di Sardegna, le isole pontine). Il successo le minaccia, è compito di chi le ama e le ammira di dar prova di saggezza perché siano preservati paesaggi incomparabili, baie, promontori, fondali dove il sogno di un Mediterraneo pulito, vivo, è ancora possibile.
E consente il sogno di un approdo che possa apparirci, oggi, lo stesso degli Argonauti: lo stesso di Ulisse e dei suoi compagni.


Con un gruppo di ambientalisti di Marevivo, a bordo d'un peschereccio, ho preso il largo un giorno per completare con loro un'operazione di salvataggio. Insieme abbiamo restituito al mare tartarughe finite nelle reti dei pescatori e ho fotografato il momento di gioia in cui sono state rimesse in libertà.
E' un atto che gli amanti del mare, in ogni nazione costiera, ripetono - e moltiplicano - in ogni stagione. E' la salvezza per due, tre cento o forse mille esemplari. Sarà sufficiente questa dedizione considerando che le caretta caretta del Mediterraneo sono sempre di meno? Sono in via d'estinzione e non solo a causa della pesca, ma soprattutto perché il loro habitat costiero è cambiato. Non riconoscono le spiagge ove da sempre approdavano per deporre le loro uova.
Ombre a loro sconosciute impediscono la posa; stravolgono l'ambiente naturale nel chiassoso, violento, carnevale delle vacanze di massa, la "gran festa" dell'estate con le decine di milioni di turisti che a ogni nuova stagione occupano in numero crescente, metro su metro, le rive mediterranee. Una esemplare eccezione: Lampedusa.
Quest'isola, nel cuore del Mediterraneo, era uno dei più importanti approdi "sacri alla riproduzione". Sulla sua costa meridionale, una vasta spiaggia aperta tra le rocce, fu da sempre meta di tartarughe gravide d'uova fecondate; la crescente invasione turistica aveva però impedito loro di risalire le acque tiepide dei bassi fondali e approdare alla sabbia della deposizione.
Ma da qualche anno, un fatto nuovo consente a femmine gravide di tartarughe di riprendere a seppellire le loro uova nella sabbia.
Giovani volontari tengono lontani dal maggiore arenile dell'isola, turisti e bagnanti.
Nuove generazioni di tartarughe vengono alla luce e rendono la via del mare; e non solo qui, ma anche nella rinata "area protetta" dell'isola dell'Asinara dove le spiagge di Cala Sant'Andrea, Cala Serena e altre minori sono ora riservata solo al mare e alle sue creature.
Tra i tanti allarmi inquietanti che ci segnalano danni, a volte catastrofici, al patrimonio naturale del nostro mare, primi timidi segnali positivi come questi fanno sperare in una inversione di tendenza.


Egualmente importante, e ora studiata e protetta è l'area dell'alto Tirreno dove sono numerosi i cetacei di varia specie. E le ultime "nostre" balene.
Una di loro, l'anno scorso, emerse a pochi metri dalla prua della mia barca, ruotò su se stessa, portando la lucida massa del suo corpo appena a un palmo, o anche meno dalla superficie.
Spensi il motore e anche lei arrestò la corsa. E quando fummo immobili, ci guardò. O meglio: ricambiò lo sguardo, perché noi già da alcuni minuti la osservavamo emozionati.
Il suo occhio era quasi fuor d'acqua. La pupilla vasta e celeste, fissa su di noi, in qualche modo mi sembrò un controcampo dell'infinito cielo sovrastante o del mare altrettanto aperto e senza visibili confini, al centro del quale ci trovavamo.
Mentirei se dicessi d'aver intravisto un qualsiasi "sentimento" in quello sguardo; certo, la balena era affiorata e s'era fermata - seppur per pochi istanti - per guardarci, quindi per curiosità, la stessa per la quale noi avevamo rallentato e poi arrestato il nostro andare. Ma così come da noi trapelava sorpresa, emozione, lei ci sembrò, in quei lunghi momenti, esprimere qualcosa di diverso; quell'occhio riflettendo l'immensità del cielo e del mare, ovvero l'infinito, trasmetteva il brivido di un contatto impossibile con un essere di un altro mondo.
Con parole diverse - e certo più semplici - una simile sensazione è stata recepita e poi riferita da chi nel Mare Ligure, ha avuto simili incontri con le balene che incrociano nel golfo di Genova. Questo ha acceso la curiosità degli ambienti scientifici del "Tethys Research Institute" e alimenta le fantasie di chi ama andar per mare e conoscere le sue creature. I volontari che operano per la salvezza dei cetacei nel Mar di Liguria, puntano alla creazione di un grande "Parco Blu" per la loro salvezza; l'operazione potrà proteggere la Balaenoptera physalus (è questo il nome, scientifico, delle "nostre" balene); esse secondo il "Tethys" dovrebbero essere circa quattromila e il loro territorio marino formerebbe un triangolo del quale sarebbero i vertici Antibes a ovest, Capo Corso a nord e le Cinque Terre a est. Il mare antistante Genova ne sarebbe il centro.
Da giugno a settembre, il fondo del Mar Ligure sembra sia ricco di gamberetti trasportati "a fiumi" dalle correnti; per sfuggire luce e calore estivi essi s'immergono in profondità e le balene li inseguono sino a tre-quattrocento metri; e di loro si nutrono.
Gli specialisti, eseguono con speciali fiocine prelievi dei tessuti cutanei delle balene, li sottopongono a analisi per ipotizzare dati di parentela tra diversi esemplari; dati che potranno suggerire le vie migliori per una protezione della specie e permetterà la sua sopravvivenza in un mare dove da sempre sono vissute; compito cui si dedicano equipaggi con navi ben equipaggiate. Quando poco addietro ho citato "la mia barca", mi riferivo evidentemente a qualcosa di ben diverso, nulla di più di un buon battello di vecchio solido legno, da quasi quarant'anni mio fedele compagno sulle rotte del Mediterraneo. La cito, qui, per dire che una vecchia barca naviga più o meno come un battello dei tempi antichi; certo ci sono i telefoni cellulari, le bussole magnetiche, le mappe nautiche elettroniche. Ma proprio dal contrasto tra il vecchio e il nuovo viene il sapore particolare di certe navigazioni "di piccolo cabotaggio". Ho spesso raccontato di quando, una notte, dalla Sicilia, mi dirigevo verso nord, per tornare al mio scalo di partenza. Ero preoccupato: la mia barca era in assai cattivo stato; malconcia per avarie rivelatesi a una a una, quando già avevo salpato l'ancora per risalire il Tirreno. A Stromboli m'ero fermato per attendere (invano!) un meccanico da Messina; ero rimasto in quell'isola dove - com'è noto - non esiste un porto, ma solo ancoraggi precari. Passai così una notte al ridosso di Strombolicchio, scoglio di fronte all'isola maggiore a forma di testa di cavallo piantata nel blu. Poi - quando il vento prese a soffiare da sud-est - di notti "alla ruota" ne trascorsi altre due, gettando l'ancora a ridosso della costa settentrionale. Là ove la lava lentamente rotola dalla montagna al mare, formando quello che gli isolani chiamano sciara di fuoco. Al tramonto del terzo giorno, poiché del meccanico atteso con l'aliscafo non avevo ricevuta notizia alcuna, salpai e ripresi la via verso nord, malgrado i problemi di bordo. Il timone lavorava male, danneggiato da una piccola ma fastidiosa avaria; quanto alla bussola, sembrava impazzita, forse per la massa metallica delle bombole di alcuni autorespiratori fissati ai sostegni di prua.
Il motore ogni tanto calava di giri (una bolla d'aria o d'acqua nella nafta?) e la velocità scendeva allora a due, tre nodi, dai dieci, dodici che di solito sono l'onesta media del mio barcone.
Ma il fatto di non disporre di una bussola affidabile non mi preoccupava più di tanto. Il cratere di Stromboli mi aiutava come fosse un singolare radiofaro di poppa, eruttava schizzi di lava a scoppi regolari, ogni dieci minuti illuminava il cielo di quella notte fonda. Con le sue vampate il vulcano mi indicava il sud mentre lentamente mi allontanavo da lui.
La sua luce apparendo a quasi mille metri d'altezza sul mare, rimase visibile, da bordo, per quasi quaranta miglia; per seguire la rotta giusta mi bastava "tenere" i suoi lampi sempre di a poppa. Quando diventarono deboli da non essere più percettibili, già m'apparve di prua il punto lontano del faro di Capo Palinuro. Fu lui a pilotarmi, sino ai chiarori dell'aurora, verso il mio porto di destinazione. Una luce creata dall'uomo, e un'altra vomitata dagli dèi, mi avevano guidato. Avevo viaggiato per una notte, con la mia barca, sul ciglio incerto dei millenni (forse come gli Argonauti?).

Quando si narrano episodi come questi, so bene di rischiare il ridicolo. Le distanze da una costa all'altra - nel nostro mare - sono minime. Ai giorni nostri, in poco più di un'ora, si attraversa in volo tutto il Mediterraneo da nord a sud; e con mezzi come gli aliscafi si va da un porto a un altro veloci come il vento più impetuoso.
Ma ieri?
E oggi, quando si naviga con gli stessi mezzi di ieri?
Sino al secolo scorso, sino all'età del vapore, la superficie mediterranea non solo era spazio vuoto come il Sahara. Per questo il Mediterraneo, nel passato, era animato solo lungo le coste. Navigare significava seguire un litorale, significava andare "come i granchi di scoglio in scoglio" (così afferma un proverbio marsigliese). Nel diario di bordo di una nave ragusana del XVIII secolo in navigazione lungo la costa provenzale, si legge che il suo cambusiere acquistava un giorno il burro a Villefranche, l'indomani l'aceto a Nizza, il terzo giorno l'olio e il lardo a Tolone.
Nel Mediterraneo di ieri barche piccole e grandi, anche quando affrontavano lunghi viaggi, si muovevano su tratte brevi, da un approdo a un altro, possibilmente solo alla luce del giorno. Il tradizionale scalo serale era occasione di festa, di visite a terra per i comandanti, per gli ufficiali , per le "persone di riguardo" a bordo. Si riposava la notte, mentre l'equipaggio caricava (o scaricava) la stiva con le mercanzie per il quale l'armatore si era messo in mare.
Per ripartire si attendeva la luce dell'alba.
Nella stessa maniera e con identica prudenza navigarono le flotte da guerra che sino ai tempi relativamente recenti si sono battute di giorno, preferibilmente in vista delle coste.
Certo, ci furono anche nel passato remoto del Mediterraneo navi mercantili o militari che persero di vista la costa e furono obbligate loro malgrado ad affrontare l'alto mare. Questo accadeva soprattutto quando una tempesta, un fortunale afferrava un battello e lo trascinava indifferente alla sua volontà del suo timoniere. Era una eccezione, il coraggio di quei comandanti che affrontavano le rotte "dirette" attraverso tratti di mare aperto. Esse erano peraltro già conosciute nell'antichità, anche se assai poco frequentate; come l'andare dalla Spagna all'Italia passando per le Baleari e il sud della Sardegna; oppure navigare dalla Francia verso il Mediterraneo orientale passando dallo stretto di Messina, toccando Malta, doppiando capo Matapàn, bordeggiando Candia e Cipro sino ad arrivare a Rodi, in Siria, ad Alessandria d'Egitto.
Imprese rare, affrontate solo da equipaggi e mercanti intraprendenti.
Talune cronache di traversate in mare aperto sono rivelatrici dello stato d'animo angosciato, anche in gente di mare esperta e certamente coraggiosa. Negli archivi della Serenissima si ricorda un galeone veneziano che nel 1571 - andando su rotta diretta da Creta verso Corfù - si trovò all'improvviso avvolto in una nebbia tanto fitta da cancellare ogni possibilità di veder al di là di pochi metri; il mare s'era fatto sinistramente calmo e scuro e quella condizione paurosa portò alla disperazione un equipaggio benché fosse composto di marinai esperti e fino a quel giorno coraggiosi. L'episodio rivela quanta paura aveva chi affrontava il mare senza scorgere le rive dalle quali era partito o quelle a cui doveva giungere.
Navigare lungo costa era la regola. Lo fu per gli eroi Argonauti e tale rimase per secoli sino al XVII e XVIII secolo. L'abitudine rese le rotte marittime simili a vie fluviali, tant'è vero che gli storici scrivono di paesi affacciati sul mare che esigevano "diritti di passaggio" dalle navi in transito lungo il litorale; tassa comprensibile se richiesta e corrisposta in un porto quale pagamento di servizi ottenuti, ma assurda in casi come quello dell'allora Ducato di Monaco: vantava possedimenti minimi sulla costa tirrenica, eppure doveva sembrar sufficiente per esigere, dalle navi in transito, il pagamento di pesanti tributi, stabiliti in ragione del valore del carico trasportato.

Non posso concludere queste pagine di note sul Mediterraneo antico, senza ricordare alcuni straordinari compagni d'avventure: gli spugnaroti (e nel concludere questo testo di comprenderà perché).
Ho seguito raccoglitori di spugne in fondali a varie profondità in Africa del Nord, sulle Isole Kerkennah, in Grecia tra Kash e Capo Gelidyon. Ovunque li ho incontrati, erano equipaggi originari di Kalimnos; da queste isole del Dodecaneso venivano un tempo, e ancora oggi, "spugnaroti" particolarmente abili e famosi. Fama giustificata e oggi aumentata e non solo perché si immergono a profondità ben superiori alla media, sia perché hanno l'occhio attento a segreti assai più preziosi delle pur preziose spugne. Ovvero i reperti archeologici subacquei.
Ritrovamenti di eccezionale valore, come i relitti dell'Età del Bronzo di Capo Gelidyon, vanto d'archeosub americani, non sarebbero mai stati identificati senza la segnalazione di un equipaggio di spugnaroti di Kalimnos; da tempo hanno imparato che, se nella loro continua e meticolosa raccolta di spugne individuano resti di navi affondate o del loro carico e li segnalano, riscuotono un premio elevato.

Il Mediterraneo delle spugne. Il Mediterraneo come spugna è quanto mi aiuta a chiudere questo testo. Lo farò citando il pensiero di Fernand Braudel che si chiese un giorno e scrisse: "Il Mediterraneo? Un'immensa spugna che si è lentamente imbevuta di ogni conoscenza".