 |
Che cosa ci faceva la Roma,
la corazzata più potente del Mediterraneo, al largo dell'Asinara il 9
settembre del 1943, il giorno dopo l'armistizio? Se l'ordine è di
consegnare la flotta agli alleati, dove si sta dirigendo l'ammiraglio
Bergamini? Avrebbe dovuto fare rotta verso Malta, con i cannoni abbassati
e il pennello nero della resa senza condizioni al posto delle bandiere. Ma
allora perché si trova all'ingresso occidentale delle Bocche di Bonifacio
dopo essere salpato dalla Spezia? Forse vuole raggiungere la base della
Maddalena dove, si dice, si rifugerà il re con Pietro Badoglio per paura
dei tedeschi? Non lo sapremo mai. Una squadriglia tedesca, 15 Dornier
217K, avvistata la nave, la bombarda e l'affonda senza incontrare la
minima resistenza. La Roma si spezza in due e si inabissa. Pochissimi i
sopravvissuti.
Fin qui la storia, con tutti i suoi dubbi e le sue
polemiche (si rimanda all'inappellabile severo giudizio di Rosario Romeo e
Renzo De Felice sul comportamento della Marina italiana in quegli anni).
Facendo perno sulla vicenda vera della corazzata Roma, Folco Quilici
inventa un romanzo di mare e di guerra, del tutto inedito per la narrativa
italiana, fitto di spie arabe e scienziati bostoniani, commandos tedeschi
e fanatici islamici, archeologi subacquei e prostitute d'alto bordo. Se il
professor Marco Arneis, infatti, cerca di ricostruire la verità storica, i
suoi misteriosi finanziatori, al contrario, sono interessati solo al
recupero di un reperto dell'acciaio, spesso 350 millimetri, con cui era
stata costruita la nave. Attraverso l'analisi molecolare, un gruppo di
ricercatori americani, ma di origine siriana, è in grado di ricostruire la
formula della bomba che l'affondò. Una bomba del tutto speciale: l'arma
segreta escogitata dagli scienziati di Adolf Hitler nella speranza di
ribaltare le sorti della guerra e portare il Terzo Reich all'insperata
vittoria. E per il terrorismo arabo la micidiale arma del riscatto
mondiale. Una specie di bomba atomica senza radiazioni, basata sulla
potenza distruttiva dell'immenso calore che sprigiona.
Mentre si
svolge la trama, fra raffinate schermaglie psicologiche e brutali scontri
a fuoco, tempeste meteorologiche e bufere morali, Quilici ci fa scendere
nelle alte profondità del mare di Sardegna, fin dentro il relitto della
Roma, con la verosimiglianza di un documentario. Il raccontatore Quilici
ha la dote di trasformare i dati scientifici in avventura narrativa. Alla
fine ci sembra quasi di aver imparato a guidare i minisub Deep Rover, veri
e propri protagonisti tecnologici dell'intera vicenda, che si conclude con
due avvincenti finali: uno romanzesco in superficie, un altro catastrofico
in fondo al mare. |