"Il MESSAGGERO"
24 Gennaio 2007

Allegri Naufragatori

CHE REGALO!
Che meraviglia! Grazie, mare!
Potrebbero riecheggiare così alcune delle tante esclamazioni e delle molte grida dei fortunati abitanti del Sud-Est della Gran Bretagna baciati dalla fortuna. Una vincita alla lotteria nazionale? No, la furia del vento, una tempesta mutatasi in uragano ha mandato un cargo in un basso fondo, onde furiose lo hanno rovesciato su un fianco. Allarme generale, elicotteri, interventi, salvataggi. Momenti drammatici che si concludono in un coro di lamenti? Niente affatto. Nasce una grande festa alla quale gli abitanti dell’entroterra sono invitati, ricchi e poveri. Perché approfittino di quanto generosamente elargisce il cargo naufragato.

Giungono a riva centinaia di container e comincia la distribuzione dei doni. La nave è una sorta di Befana in ritardo, come la nostra cara vecchia che ai bambini cattivi porta in dono pezzi di carbone, lei ha mollato in mare duecento tonnellate di “cattivo” petrolio ma generosamente distribuisce anche doni che portano felicità. La nave befana lascia infatti cadere in acqua uno ad uno decine di container, li affida alle onde perché si occupino di portarli a terra. All’interno i grandi cassoni contengono di tutto: moto, televisori, computer, confezioni di moda, casse di vino e di liquori. Insomma quanto basta a far correre a quel lido cittadini di ogni età e sesso. E di ogni condizione sociale. A svuotare i container sfasciati sulla riva, infatti, non sono solo diseredati, miserabili barboni, ma anche fior di gentiluomini arrivati sul posto con potenti fuoristrada; alcuni addirittura con piccole ma potenti gru. Tutti, ricchi e poveri, solidali nell’accogliere assai malamente gli inviati di un’agenzia privata di polizia mandata dalla compagnia di navigazione vittima del naufragio.

Nel vedere le immagini trasmesse in tivù, quella folla intenta ad un’allegra razzia, m’è tornata in mente quante storie di mare ho letto sulle popolazioni dei “naufragatori”, così venivano definite alcune comunità costiere sparse in vari punti del mondo, ben note e temute nei secoli scorsi. Gente povera e disperata perché abitanti terre inospitali, specializzata nel trarre beneficio da guai altrui. Navi che si sfasciavano nel doppiare un capo o sbagliando rotta naufragavano sulla scogliera, tutto di quei relitti veniva portato a riva dalle onde e dalle correnti.

Ricordo un viaggio in Patagonia, il volo con un piccolo aereo locale sui canali che si intrecciano nello stretto di Magellano, via navigabile un tempo da molti preferita per passare dall’oceano Atlantico al Pacifico evitando le tempeste di Capo Horn. Dedalo di vie d’acqua senza segnalazioni dove era facile sbagliare rotta e finire in acque senza sbocco, in bassi fondali. A decine relitti dei secoli scorsi giacciono laggiù a marcire sulle rive, scafi di legno i più antichi, di ferro arrugginito quelli di fine Ottocento, inizi del Novecento. La zona è ora spopolata ma sino a metà Ottocento vivevano qui amerindi primitivi che gli spagnoli avevano chiamato fueghignos. Cacciatori e pescatori molto attivi anche e soprattutto nel mestiere di “ naufragatori”. Accendevano fuochi lungo i canali, suggerivano vie d’acqua sbagliate sino a portare al naufragio o all’arenamento della nave da assalire o saccheggiare. Non si trattava di una loro specialità, il poco nobile mestiere veniva praticato altrove da molti gruppi primitivi stanziati lungo litorali, promontori, arcipelaghi, con vie acque pericolose in ogni parte del mondo. Dell’estremo Nord come in Oriente, in Africa, nel Mediterraneo.

Il dono del mare fu sempre gradito dai diseredati delle coste, arrivasse a loro sia per un naufragio casuale o fosse provocato.

Lo spettacolo offerto dalla folla variopinta intenta a svuotare i container finiti sulle rive inglesi non offre quindi uno spettacolo inedito. Ma poiché viene giustamente condannato dalle leggi che hanno codificato il diritto della navigazione, in particolare, e più in generale le regole del vivere civile, le attività dei naufragatori sono oggi soprattutto considerate un ricordo del tempo antico. Praticato da genti in estreme condizioni di miseria tanto da venire se non giustificate quantomeno comprese per le loro razzie costiere. Francamente ci lascia perplessi lo spettacolo offerto oggi dalla riedizione di quella selvaggia attività vedendola praticata da quella folla di bravi, ricchi borghesi, ben vestiti e ben organizzati.

Folco Quilici