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Folco Quilici
Filmografia
 

 

Il Messaggero
Martedì 23 Novembre 1999

 

Incontri/Folco Quilici parla di «Alta profondità», da oggi in libreria: storia romanzata dell’ammiraglia italiana affondata dai tedeschi nel ’43.
Il relitto? Non è mai stato recuperato
«Troppi segreti su quella corazzata»

IL MARE è poesia e avventura. Anche mistero e thrilling. Intrigo e paura. Dell’ignoto, del silenzio che avvolge gli abissi e vi nasconde la vita degli esseri umani o il segreto dei relitti che giacciono supini nei fondali. Come quello di una nave da guerra «la più possente del Mediterraneo», costruita per far risplendere il prestigio della nazione. Cinquanta metri di altezza e quaranta di larghezza, in navigazione tra la Corsica e la Sardegna, disintegrati nel giro di pochi secondi da una squadriglia tedesca decollata apposta dalla Germania.
10 Settembre 1943. La corazzata "Roma", ammiraglia della Regia Marina italiana, viene colpita al centro del comignolo, con precisione millimetrica, da un unico ordigno di smisurata potenza che fonde le 47.000 tonnellate di acciaio dello scafo, provocandone l’affondamento: 1.500 circa i morti. Duecento persone si salvarono, ma solo pochissime sopravvissero alle gravissime ustioni. Una bomba micidiale, la cui composizione resta ancora oggi un enigma insoluto.
Fu uno degli episodi più drammatici della seconda guerra mondiale, ora raccontato da Folco Quilici in un libro intitolato Alta profondità (Mondadori, 339 pagine, 33.000 lire), da oggi in libreria. Anni 90, Quilici immagina che un certo professore Arnei cerchi di risolvere il mistero della rotta della "Roma" con una flottiglia di minisommergibili. Ma dietro le ricerche si nasconde una verità terribile...
Come è nata l’idea di questo romanzo?
«Difficile da spiegare. Forse è legato ai ricordi infantili. All’età di sette anni mio zio, comandante del porto di Monfalcone, mi portò a vedere la "Roma" in costruzione: mi fece molta impressione per l’enorme volume di acciaio. Quando sentii alla radio la notizia dell’affondamento, rimasi emotivamente colpito. Il fatto, evidentemente, ha lasciato in me una traccia profonda», spiega lo scrittore e regista autore di numerosissimi libri di viaggio, documentari e film. Famoso per le battaglie in favore dell’ambiente, è uno dei cronisti-testimoni dei grandi cambiamenti della natura in questi ultimi decenni, sempre con l’occhio vigile e critico di denuncia.
Il relitto è un tema costante della sua immaginazione, quale significato ha per lei?
«Nel romanzo diventa una specie di sfera fuori dal tempo perché nel momento in cui viene colpita, la nave si ferma, si sfascia, si spacca, ma rimane lì, immobile. Giace con il suo carico e il suo equipaggio, restituendo ogni cosa intatta anche dopo molti secoli».
Perché dopo tanti anni non si è fatto nulla per ritrovare la corazzata?
«E’ questo uno dei misteri sul quale ho costruito la mia storia. Nel 1994, per girare un film sulla "Roma" trovai un finanziamento da parte di una società giapponese molto consistente di circa due miliardi e mezzo. Contattai la nostra Marina per conoscere il luogo dove era stata localizzata, ma mi accorsi subito di trovarmi di fronte a una barriera di ostilità, mi sembrava di stare sulle sabbie mobili. Apparentemente erano tutti contenti, "che bello", mi dicevano. Poi, però, nei fatti nessuno mi rivelava nulla. Avevo vaghe risposte del tipo: "Ne riparliamo, stiamo facendo una ricerca". Passò del tempo finché alcune voci mi sussurrarono: "Guarda che si sa benissimo, ma non te lo vogliono dire". Così ho dovuto rinunciare al film e ho ricostruito il ritrovamento nel libro».
Ma perché tutte queste reticenze?
«Ci sono grandi punti interrogativi su quello che è successo, dove si stava dirigendo veramente la nave, sulla posizione dell’ammiraglio Carlo Bergamini, comandante della flotta in mare, nei riguardi del governo che non l’aveva avvertito che era stato firmato l’armistizio. E’ talmente incredibile pensare che una persona con il ruolo di Bergamini che si sta preparando a una grande battaglia, che ha tirato su il morale degli uomini, che viene baciato, abbracciato, esaltato per il suo sacrificio e per quello dell’equipaggio, non venga messo al corrente della resa. Il 7 settembre l’ammiraglio fece ritorno sulla "Roma" e l’8 ricevette una chiamata più o meno di questo tenore: "Ci siamo dimenticati di dirti che abbiamo firmato l’armistizio". Bergamini diventò una belva. Ho il racconto di tanti testimoni che non sono affondati con lui».
Lei parla di una bomba micidiale, di una di quelle "intelligenti!" che seminano la morte nelle guerre di oggi, ma che allora non esistevano. Cosa c’è di vero?
«Anche questo è un mistero. Ma in questo caso è diverso. Qui entriamo nella realtà romanzata sulla quale ho costruito l’intrigo della storia».
Già, ma di che tipo di ordigno si trattava? Il mistero continua... Forse la soluzione a una prossima puntata. Magari in un libro dello stesso Quilici.