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Folco Quilici
Filmografia
 

 

"Il Giornale"
settembre 2000

 

UN VECCHIO, UN MUSEO E IL MARE

"La balena si nutre di plancton, ma lui no", mi dice. Si riferisce al capodoglio, che della balena ha le stesse dimensioni ma essendo un predatore perennemente affamato, per nutrirsi avrebbe bisogno di duecento chili di pesce al giorno. Un problema, nei mari di oggi dove la ricchezza ittica è solo un ricordo.
"Ha sempre fame, è sempre in caccia. Con quelle mascelle e quei denti può attaccare e vincere qualunque preda. Anche un nemico come l'uomo, quando se lo trovava di fronte al tempo dei "balenieri" che gli davano la caccia. Uno dei punti più battuti era laggiù, lungo le sessanta miglia marine antistanti Santa Barbara".
Dicendo "laggiù" l'uomo che mi sta parlando indica il tratto di mare che oltre questo tratto di costa californiana, è subito profondo, benché sia un canale. Lo formano tre isole disposte parallelamente alla riva dove sorge Santa Barbara.
Qui le rive sono fitte di ville abitate da miliardari, gente del cinema della non lontana Hollywood. E di hotel, ristoranti, club nautici, parchi giochi, dove affluiscono turisti e vacanzieri da tutti gli Stati Uniti.
La stagione è ancora buona, in questi giorni. Le vie continuano a essere popolate dalla multicolore fauna dei visitatori; chi non è al mare, sale le colline alle spalle del centro abitato. Molti raggiungono, nel verde, l'antica missione dei gesuiti spagnoli. Altri varcano il cancello di uno splendido Museo di Storia Naturale; dedicato soprattutto a quei giganti del mare, un tempo frequentatori assidui del Canale tra il continente e le isole. Nelle stagioni di migrazioni, i cetacei passavano di qui a centinaia.
All'ingresso del Museo, mi accoglie un immenso scheletro di balena: ossa bianche tirate a lucido, brillanti sotto il sole. Non resisto alla tentazione di farmi fotografare tra le sue fauci aperte, e questo suscita il riso di chi osserva la scena: un vecchietto seduto all'ombra degli alberi, poco lontano. Lo avevo già visto all'interno del Museo, ora lo avvicino, cominciamo a parlare e andiamo avanti a lungo, perché lui "sa tutto" di questo tratto d'Oceano e dei suoi ingombranti migratori.


Di loro - delle balene e dei capodoglio - non vede l'ora di parlarne con chi si interessa all'argomento.
Aveva già intuito il mio interesse per l'argomento quando, mezz'ora prima, m'aveva visto in una sala del Museo, mentre sostavo davanti alla vetrina dove sono esposti i grossi e lunghi denti d'un capodoglio. Ha preso lo spunto da quella mia curiosità per raccontarmi di suo "nonno baleniere".
"Io lo sogno quasi ogni notte" mi confida, cambiando tono a bruciapelo: e aggiunge: "Morì in un giorno di fine ottocento dando la caccia a un capodoglio, a quindici miglia dal porto di Santa Barbara".
Lo lascio evocare, forse inventare senza interromperlo, mi sembra d'ascoltare la lettura d'una pagina di Melville.
Fissandomi negli occhi, dai quali non traspare nessuna emozione racconta parlando sottovoce.
"Dopo essere stato colpito e trascinato sotto le onde, immagino che Fred, mio nonno, sia stato spinto fuor d'acqua dallo stesso capodoglio. Fred riuscì finalmente a respirare, rivide il cielo, e forse si ritenne in salvo. Invece nello stesso istante, alto su di lui, gli apparve il dente mostruoso che lo avrebbe ucciso, grosso e affilato come quello che tu hai osservato nelle vetrine del Museo. Il poveraccio non ebbe nemmeno il tempo di terrorizzarsi, la mascella del capodoglio si chiuse, il mare si fece rosso di sangue, Fred era stato letteralmente squartato. Così raccontarono i suoi compagni evocando quel momento, quando urlavano d'orrore e annaspavano terrorizzati tra le onde, aggrappati a quanto restava d'una lancia baleniera finita a pezzi. La morte era accanto a loro e questo li gettava nel panico. Ma il capodoglio non colpì ancora, la sua ondeggiante coda emerse dall'acqua, il corpo s'inarcò e la bestia s'inabissò con l'arpione che aveva provocato la sua ira, conficcato nella schiena".


Mi indica una di quelle armi, vecchie solo di cent'anni già paiono preistoriche; è appesa sul muro del Museo, accanto a una stampa popolare dove un capodoglio è rappresentato quale fosse - e lo era! - un mostro marino.
"Forse quella bestia riuscì a liberarsi dall'arpione, a costo di una dura sofferenza. E questo dolore fu una iniezione di odio per gli scomposti, piccoli esseri che avevano tentato di togliergli la vita. Odio cresciuto in lui, nel tempo, perché altri uomini cercarono più volte di ucciderlo. E la peggiore ferita che un capodoglio o una balena potesse ricevere, gli venne inflitta quando per dar la caccia ai cetacei i balenieri smisero di scagliare arpioni a mano, ma altri, d'acciaio, sparandoli con veri e propri piccoli cannoni (se ne conserva uno, da qualche parte, nel Museo). Un giorno, nel momento in cui emergeva per respirare, anche il capodoglio di cui ti racconto, come tanti altri, avrà udito un boato profondo, seguito da un lampo di dolore. E il suo corpo, là dove s'era inarcato, avrà preso a bruciare".
Scuote la testa, strizzandomi l'occhio: "Ovviamente un capodoglio non conosce il fuoco, ma può farsi un'idea di cosa significhi "bruciare" quand'è colpito da un arpione a testa esplosiva. Provoca ferite, in genere, mortali; ma forse il bestione che aveva ucciso Fred, riuscì a sopravvivere, non era vecchio, disponeva di possenti energie per reagire alla morte… Se sommò volontà e forza penso sia riuscito a liberarsi. La sua lotta doveva concludersi con la sconfitta, tanto la perdita di sangue era stata stremante, se invece si salvò, il suo fu un caso su mille, dovuto a un ultimo suo guizzo disperato. Una rabbiosa torsione del corpo potrebbe averlo liberato da quanto era entrato nelle sue carni".
Il vecchio narratore aggiunse: "Lei non sa quali profonde ferite cicatrizzate presentavano certi capodogli e certe balene catturate al tempo della caccia. Lo documenta una mia raccolta di fotografie, la lascerò in eredità all'archivio del Museo, foto di cetacei che sembra incredibile siano sopravvissuti a tremendi, devastanti colpi d'arpione. E una di quelle vecchie immagini reca una didascalia a penna 'La bestia che uccise Fred', forse la scrisse un suo compagno d'avventura".


Continua a narrare immaginando il capodoglio ferito che cerca scampo in profondità, fugge nel buio dell'abisso e s'accorge che restando immobile, il dolore diminuisce, poco a poco, e anche la perdita di sangue.
"Quando riemerse, se riemerse, quella bestia aveva la vista confusa; era debole, lenta nei movimenti. Si rese conto d'essere sopravvissuta, ma non di quanto la sua vita sarebbe stata diversa da quel momento. Non percepì d'aver varcato il confine che nessun essere vivente - enorme o microscopico, evoluto o primitivo - difficilmente riesce a percepire: l'inizio della decadenza, della vecchiaia…". Riflette un istante, poi: "Io, per esempio, non m'accorsi del momento in cui da uomo maturo divenni un anziano, fuori gioco… Un capodoglio indebolito e vecchio può credere d'essere ancora invincibile nei suoi attacchi alle prede e d'esser ancor temuto degli altri maschi. Il branco lo rispettava, ovviamente, anche se lo riconosceva non solo per l'eco del richiamo sonoro che emetteva, minaccia o proposta d'amore, ma per i profondi lamenti quando la cicatrice tornava a infliggergli fitte di dolore. Una delle tante tumefatte sul suo corpo, là dove s'erano conficcati colpi d'arpione. Vecchie ferite che rallentavano i suoi guizzi d'attacco, e intanto le sue forze scemavano con il trascorrere del tempo, il fisico invecchiava, giorno dopo giorno. E di certo il dente che in un giorno lontano aveva ucciso il padre di mio padre, non era più avorio lucente. La punta acuminata che assieme a altre ventisei aveva brillato nel sole quando aveva ucciso, non era più un'arma invincibile. Non s'era spezzata né era andata persa; ma il suo morso era senza vigore, doveva accontentarsi di serrare e dilaniare prede sempre più piccole. Io non so dove vada a morire un re del mare, quando sente d'essere incapace a sopravvivere. I vecchi balenieri parlavano d'un cimitero delle balene, in fondo all'oceano…".
Mi indicò il grande scheletro esposto davanti al Museo: "Quello è un eccezione… Gli altri, centinaia, migliaia, giacciono chissà dove, accatastati nel buio della profondità…".
Pronuncia queste parole in un tono di voce diverso da quello brillante sin qui tenuto. La voce è incrinata, ma non d'emozione; mi è sembrata d'invidia o forse di rammarico. Nascondeva il desiderio inappagabile di finir anche lui, un giorno, nel mitico cimitero dei giganti del mare.