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Folco Quilici
Filmografia
 

 

"Il Giornale"
31 luglio 2002

MUSSOLINI A PONZA

Al culmine dell'estate Ponza si ripresenta a chi la ama sempre più sovrappopolata di barche e turisti. Solo a fatica chi vi si reca quasi ogni anno riesce a incontrare i "veri" ponzesi.

La folla gremisce le passeggiate attorno al porto, racchiuso dall'immutata e immutabile settecentesca scenografia creata dal Vanvitelli.

Incontro Tommaso, vecchio amico ponzese. Ci abbracciamo, ci sediamo sulla spalletta del porto; parliamo dei problemi creati dal successo turistico dell'isola, dell'eterna protesta per l'inadeguatezza del molo, delle ripetute domande a tanti governi succedutisi per ottenere un secondo pontile a protezione del vento di levante.

Evochiamo i tempi delle prime immersioni e inevitabilmente i ricordi ci portano a citare amici comuni e figure indimenticabili. Come don Dies, il parroco di Ponza, che benediva i sommozzatori, prima delle prove difficili. Come nel giorno in cui si tentò l'immersione più pericolosa (considerate le attrezzature di quarant'anni fa) quella per raggiungere i resti del Postale che nei primi anni Quaranta univa Ponza a Gaeta. In tempo di guerra salpava anche prima dell'alba; ma questo non gli evitò di venir colpito e affondato trascinando con sé decine di passeggeri.

Don Dies non cessava di parlare del tragico episodio e di quel tempo di fame e di pericoli. Finendo inevitabilmente con raccontare dei giorni tra fine luglio e inizio agosto del 1943, quando a Ponza fu "residente sotto ferreo controllo", Benito Mussolini; qui trasportato da una nave militare dopo l'arresto a Roma.

Lo sguardo corre al lato opposto del porto, alle case sul mare della frazione Santa Maria dove venne alloggiato. E' ancora intatta anche se sepolta da una selva di alberi e vele delle imbarcazioni alla fonda, una modesta villetta che era stata la residenza obbligata per anni di Ras Immerù, dopo la guerra d'Etiopia e subito dopo destinata a lui il defenestrato Duce. E' un cubo a due piani, con un terrazzo chiuso da una ringhiera alla quale Mussolini prigioniero s'appoggiava "a braccia conserte, la fronte posata sul bordo", come ci raccontava don Dies.

Di aneddoti sul prigioniero (il più importante, dopo i tanti esiliati nell'isola dall'età romana in poi) ne aveva in gran numero da raccontare. Dies era stato testimone dello sbarco di un uomo fino a tre giorni prima Capo del Governo, e ci diceva di averlo visto assai malridotto: "Non possedeva nulla, neanche una camicia di ricambio, neanche un fazzoletto. I poliziotti incaricati della sua sorveglianza, gli fecero confezionare qui alcuni capi di biancheria, che furono poi pagati oltre due anni più tardi." Don Dies ricordava un albanese, internato politico, che si cavò di tasca il portafogli esclamando: "Portategli il mio danaro!". Mussolini in effetti non aveva un soldo con sé; e il primo giorno non avrebbe mangiato, se un pescatore di Santa Maria non gli avesse fatto portare una tazza di brodo, un pezzo di carne e una pera.

Nel suo narrare, il testimone di quei giorni ripeteva spesso la parola "destino". Come segno, appunto, del destino ricordava che da Ponza, dell'esiliato Pietro Nenni venne liberato e partì dall'isola nel giorno in cui veniva sbarcato Mussolini e ricordava, come rassegnazione al destino, l'atteggiamento di un altro antifascista confinato all'isola: Zaniboni era ormai un vecchio, ormai privo di rancore, che disse: "Non andrò a Santa Maria dove si trova Mussolini, perché quando un nemico è caduto io non ho più l'animo di combatterlo."

I ricordi di don Dies si concludevano sempre citando "la lettera": "… una lettera di Mussolini, indirizzata proprio a me."

Era vero, e lui la riprodusse per intero in un opuscolo stampato a sue spese nel 1947.

Di questa missiva, avendo incontrato spesso don Dies, avevo sentito più volte parlare; ma non solo non ero riuscito a vederla, ma nemmeno a trovarne traccia in una delle tante opere consultate negli anni scorsi. Quando, con Renzo De Felice, curai le puntate dedicate al periodo fascista per la Serie "Storia d'Italia del XX Secolo".

Sì, di quella lettera se ne conosceva l'esistenza, se ne parlava; ma senza darvi importanza.

"Il disinteresse degli storici crucciava molto mio zio" scuote la testa Tommaso, che di don Dies è il nipote.

"Ma adesso dov'è questa lettera? Chi la possiede?" gli chiedo.

"E' in nostro possesso, la conserva la nostra famiglia" mi risponde. "Ma posso dartene una copia."

L'ho tra le mani.

Ha la data del 5 agosto di cinquantanove anni fa.

Sottolineo questo dettaglio perché è appunto la data scritta dal mittente a rendere non solo interessante, ma addirittura unico questo autografo mussoliniano.

Infatti non v'è, accanto all'indicazione 5 agosto 1943, l'equivalente anno dell'Era Fascista, una precisazione che era obbligatoria in Italia durante il regime.

Pur essendo per altro ovvio che dal 25 luglio in poi nessuno nel nostro paese aggiungesse più l'indicazione "XXI° E.F." a una missiva, meno ovvio che manchi proprio nella lettera scritta dal protagonista di quell'Era. Una prova di rassegnazione agli eventi? l'accettazione d'un dato di fatto incontrovertibile?

Prima o poi, quella lettera gli storici vorranno interpretarla. E sarà interessante leggere cosa potrà dire a proposito di quel "E.F." chi fra loro è esperto nell'analisi anche psicologica del personaggio da lui studiato.

A lui e agli storici di quel periodo, anche il compito di spiegarci come Mussolini aveva potuto accludere ben mille lire alla lettera indirizzata al parroco di Ponza, per la messa in suffragio del figlio. A quel tempo mille lire erano una cifra considerevole; come potesse averla in tasca chi era giunto a Ponza nelle condizioni miserevoli testimoniate da don Dies (ed egualmente descritte da molti autori) è interrogativo per ora senza risposta.

Compiuto il mio dovere di semplice cronista, aggiungo che farò da latore della fotocopia a Francesco Perfetti, il Direttore della rivista di Storia Contemporanea. Lui potrà certamente dare il giusto peso ai due fogli conservati con cura a Ponza. Forse ancor più preziosi di quanto don Dies pensasse.