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Folco Quilici
Filmografia
 

 

"Il Giornale"
luglio 2000

 

VACANZE SUL FUOCO

Suggerire un avventuroso itinerario tra i vulcani, in quest'estate torrida, può sembrare una provocazione. Non lo è, invece, perché molte "montagne di fuoco", interessanti da visitare, raggiungono quote dove anche in luglio e in agosto si può soffrire il freddo.
Posso testimoniarlo, ricordando il sorvolo dell'Aconcagua, imbarcato in un aereo al quale era stato tolto un finestrino per consentirmi di fotografare a quasi seimila metri, il più alto vulcano delle Ande, dal cono bianco e nero di neve e lava. Gli stessi opposti elementi e colori resero caro a Pindaro un vulcano non meno affascinante: "Etna nevosa / nutrice perenne di fulgida neve, nei tuoi antri mugghiano / fonti purissime d'orrido fuoco…".
Se riporto alla memoria le mie salite sin sulle cime di vulcani, in tutto il mondo - dall'Etna vicina ai remoti crateri delle New Hebrides - e le riepilogo in un unico itinerario ideale, m'accorgo di intrecciare ricordi di viaggi certamente faticosi (ma tale dovrebbe essere, secondo molti, una vacanza "vera") in ambienti naturali all'apparenza eguali, invece sempre diversi.
Se si vuole raggiungere i bordi estremi dei crateri, occorre salire a piedi anche se sulle pendici di molti vulcani sono state costruite strade percorribili in auto e altre sono servite da funivie; in pratica, però, queste vie comode giungono solo fino a un certo punto. L'"orlo finale" del cratere - spesso ripido, sempre scosceso - occorre affrontarlo con le proprie forze; con fatica e anche rischio (minimo, comunque, facendosi accompagnare da una buona guida).
Se nel cratere al quale ci si affaccia ogni attività è cessata da tempi immemorabili, ci si trova di fronte a un paesaggio lunare di suggestiva desolazione. Se invece il vulcano è attivo, vanno più che mai osservate le precauzioni da prendere su consiglio della guida alla quale ci si è affidati; e si può poi godere dell'emozione offerta da quel ciglio sospeso sul cratere ancor vivo; incerto confine tra mondi opposti, quello dove viviamo e quello senza vita dominato dal fuoco, dai vapori velenosi, dal continuo ribollio geologico.
Non è un caso se ogni antica cultura (e oggi le ultime "primitive") hanno onorato come divinità i vulcani attivi. Per la paura che ognuno d'essi incute, ma anche per la loro maestosa grandiosità.
In Asia orientale si gettano ancor oggi offerte nei crateri dove sono verificate eruzioni, con il loro corallario di danni, terrore, fughe.
Offerte per: "… tenerselo buono, quel Dio capriccioso…" mi ha detto nel suo inglese incerto il Comandante del barcone sul quale mi sono imbarcato per vedere e fotografare uno di questi pericolosi protagonisti. Non un grande attivo vulcano, ma il figlio nato dalle sue ceneri.


Nel Mar della Sonda, Indonesia, è oggi possibile, infatti, assistere alla crescita di Anak Krakatau, "il figlio" del Krakatoa, un vulcano che scomparve un secolo e mezzo fa, esplodendo.
Nascita e crescita di un suo diretto discendente impaurisce gli esperti; si teme il ripetersi di un altro evento catastrofico di gigantesche proporzioni perché il "bimbo" di fuoco sta maturando in una accelerazione temibile non solo per chi a quel neo-vulcano si trova vicino, ma anche su scala più vasta. Il padre del vivace pargolo quando esplose, provocò danni in tutto il pianeta: la nube di polvere da lui espulsa e scagliata nella stratosfera formò un opaco diaframma, in cielo, che assorbiva gran parte della luce del sole. Ovunque la temperatura media calò di diversi gradi; in paesi come l'Irlanda bloccò la crescita delle patate, il maggior prodotto dell'economia agricola del paese; con la conseguente forzata emigrazione di migliaia di contadini in America.
Il segnale di morte che oggi preoccupa l'Indonesia - il paese dove Anak Krakatau sta crescendo - è l'eco di quello echeggiato nello stesso punto, tra le isole di Sumatra e Giava, dove sorgeva Krakatoa padre.
Era l'alba del 26 agosto 1883, quando l'orologio geologico del nostro pianeta, decretò fosse il momento per scatenare in quel punto l'apocalisse.
Alle 5 del pomeriggio, nelle profondità dell'isola ebbe inizio un immane scontro tra mare e fuoco. Le pareti di roccia si sgretolarono per un devastante terremoto, le acque si precipitarono nelle fenditure, l'Oceano e il magma vennero a contatto. Alle 10 e 2 minuti l'intera isola si disintegrò e la nube che si era alzata in cielo era alta ottantamila metri.
Il primo boato e i successivi s'udirono agli opposti estremi di una vasta parte del pianeta: in Australia e nel Madagascar, a oltre 4.000 chilometri di distanza a est e a ovest dell'esplosione. Nel Pacifico, a 3.900 chilometri di distanza, il Comandante di una nave americana suppose fosse scoppiata una battaglia navale e si chiese stupito chi fossero i contendenti.
Il Mar della Sonda si era intanto sollevato, a causa dell'eruzione, tutto travolgendo. Si salvò solo la nave Gouverneur-Generaal Loudon, tra le tante piccole e grandi che là navigavano quel giorno e scomparvero travolte da onde alte sino a 40 metri. Il vapore Berouw fu scagliato a oltre due chilometri dalla costa, nelle foreste all'interno di Sumatra.
Un superstite sconosciuto scattò alcune foto delle rive ove s'abbattè l'onda sollevata dal maremoto. Non si scorgono rovine, villaggi, piantagioni, boschi; le acque avevano spazzato e inghiottito ogni forma di vita; avevano travolto la linea ferrata contorcendo i binari come fuscelli. A decine di miglia dall'isola esplosa, erano ricaduti macigni scagliati in cielo dall'eruzione, pesanti tonnellate. Sono ancora lì, monumenti impressionanti d'una forza capace di cancellare in pochi minuti la vita di quarantamila persone.
E' quel ricordo a mettere paura oggi.
Ci si è resi conto che il gigante esploso non morì, quel giorno. Era solo momentaneamente scomparso, per riapparire cent'anni dopo.


Ne parlano tutti, e con paura, sia a Giava, sia a Sumatra. E da un porto di quest'ultima isola, ho chiesto di essere portato sul luogo: volevo vedere il nuovo Krakatoa, mentre cresce là ove Krakatoa il vecchio era esploso.
Attraversato lo Stretto della Sonda e giunto a metà strada tra Sumatra e Giava, ho visto quanto Anak Krakatau sia già grande, turbolento. E' attivo, pericoloso, e si trova esattamente dove dal mare sorgeva Adak (il vecchio) Krakatoa.
Ci siamo mossi nelle acque attorno all'isola neonata, attenti a dove spirava il vento portando le nubi di cenere rovente vomitate circa ogni mezz'ora dal vulcano. Occorreva evitare di trovarsi nell'area di ricaduta.
Bordeggiamo una lingua di sabbia nera, cumulo di cenere e fango che cresce dal fondo marino e aumenta di cento metri ogni mese.
Krakatoa padre portò la morte, il buio e la fame con la sua esplosione: che intenzioni ha il figlio che sembra dimostrare eguale pericolosa vivacità? Si ripeterà quello che è accaduto in un arco vastissimo di tempo?
I geologi calcolano infatti che cento e più milioni d'anni fa un "primo Krakatoa" fosse un gigante d'oltre tremila metri. Esplose venti milioni d'anni dopo, e di lui rimasero solo miseri resti. Ma il ciclo geologico non s'era interrotto, dalle stesse viscere, emerse un secondo vulcano, creando una nuova isola. Trascorse ancora circa un milione di anni e il secondo Krakatoa si spense, almeno in apparenza. L'isola divenne un luogo tranquillo e sereno e poiché nel frattempo sul nostro pianeta era apparso l'uomo, primi insediamenti sorsero in quel felice lembo di terra, verde di palme lungo le rive, ricco di pesci e di uccelli. Un paradiso terrestre, scrissero viaggiatori olandesi che vi misero piede a metà '800; e quando nel 1883 il vulcano (addormentato ma non spento) esplose, al paradiso subentrò l'inferno.

 


Con i motori al massimo, completiamo la circumnavigazione. Anche a vista d'occhio si nota quanto la nuova, piccola isola, sia irrequieta, la cenere che vomita il cratere s'accumula sulle rive in un anello sempre più vasto, i fondali attorno a lei continuano a sollevarsi. Tant'è vero che i marinai di due pescherecci riparatisi in una notte di maltempo a ridosso della neonata isola, si sentirono d'un tratto sollevare dall'acqua, e si trovarono con la loro barca a terra.
Anak Krakatau, aveva ricevuto materia dalle profondità della crosta terrestre ed era cresciuto di qualche metro; e così i pescatori si trovavano d'un tratto all'asciutto.
Quei relitti sono ancora là, barche naufragate non in mare, ma tra cenere e fango.