"Il Giornale"
aprile 2001
LA QUARANTATREESIMA LINGUA
Nudi, armati di piccoli archi e minuscole frecce, appaiono immobili sullo
sfondo selvaggio di rocce e sabbie, il deserto del Kalahari, l'Africa
del Sud. Sono manichini che perfettamente ritraggono una tribù
di boscimani in caccia.
La scena di cui sono protagonisti evoca un momento di vita dei primi abitanti
dell'area meridionale del Continente Nero. E' esposta dietro una grande
lastra di cristallo in una sala del Museo Nazionale Sudafricano a Città
del Capo ed è oggetto, in questi giorni, di accanite polemiche.
C'è infatti chi ritiene "non dignitoso" per il Sud Africa,
che turisti, scolaresche e quant'altri visitino il Museo, in quei pigmei
seminudi vedano gli originari abitanti dell'attuale orgogliosa repubblica.
Altri ridono di questa pruderie e sostengono che è invece titolo
di nobiltà "discendere" da gente così coraggiosa.
Da uomini della preistoria ancora presenti sul palcoscenico del mondo.
Che i boscimani di oggi siano di poco diversi dai loro antenati l'ho constatato
raggiungendo alcune zone - le più remote - del Kalahari.
Li ho incontrati; e ho passato con loro giorni che mi hanno permesso di
vedere come essi siano "primitivi" in relazione al loro limitato
sviluppo nel campo della cultura materiale (non filano, non tessono, non
sanno lavorare né la terra né il metallo). Ma quanto siano
esperti conoscitori dell'ambiente naturale del loro territorio. E vivono
in precario ma perfetto equilibrio con l'ostile habitat che li circonda.
Hanno anche sviluppato una cosmologia complessa. Tra l'altro, considerano
loro genitrice la Luna e la venerano quand'è "nuova"
a conferma che la vita risorge dopo la morte; infatti come la Luna svanisce
per ritornare poi a splendere di nuovo, così anche gli uomini dopo
la loro morte ritorneranno a vivere. Per questo la Luna è sacra,
è simbolo di speranza ogni mese ripetuto, così che gli uomini
continuino a credere nel futuro, anche quando la siccità che li
tormenta con sete e fame sembra averli condannati.
Vivendo con loro ho avuto prova di quanto siano organizzati socialmente
anche se i loro gruppi non hanno capi. Nelle comunità nessuno può
imporre la propria volontà o trasmettere il proprio potere ai figli
o ai nipoti. Nemmeno gli anziani.
Ogni decisione - l'ho constatato di persona - è presa concordemente
da tutti, attraverso interminabili discussioni.
Malgrado siano di piccola statura e vittime di malattie che li rendono
strutturalmente deboli, la loro attività principale è la
caccia. Impegno faticoso, spesso pericoloso; ma l'unico che offre loro
sostentamento.
Osservandoli durante le loro battute ho notato come siano manifestazioni
corali non solo di astuzia, ma di profonde conoscenze naturalistiche.
E' stupefacente, a esempio, come sappiano estrarre veleno dalle foglie
di Strophantus e mescolandolo a liquidi tossici di serpenti, di ragni
e scorpioni, rendono micidiali le punte delle loro piccole frecce.
Chi ne è colpito non ha scampo. Una gazzella muore dopo due tre
di agonia, l'antilope dopo circa dieci; la giraffa anche dopo un paio
di giorni. Tempi lunghi, ma il boscimane non ha fretta; gli importa solo
che la preda prima o poi crolli e si trasformi in cibo.
La capacità di sopravvivenza di un boscimane non si manifesta solo
nella caccia alla preda quotidiana, ma per la sua ininterrotta ricerca
d'acqua.
Per dieci mesi all'anno, il Kalahari è un forno arido e infernale.
Finite le brevi piogge e consumate le riserve, l'acqua diventa un ricordo.
Unica risorsa rimangono i luoghi ove "attingere umidità",
terreni non completamente aridi ma con tracce di fanghiglia. Se li trova
il boscimane si distende a terra, immerge nel terreno pantanoso la cannuccia
che porta sempre con sé, entro la quale una piuma di struzzo funge
da filtro; e succhia l'acqua confusa al fango. Per dissetarsi in questo
modo gli occorrono perfetta conoscenza del territorio, resistenza, volontà
e uno stomaco forte. D'altra parte in certi periodi e in certi territori
dove si deve spingere in caccia, particolarmente isolati, non può
trovare altra maniera per vincere la sete.
Come molti nomadi africani, il boscimane usa uova di struzzo vuote per
accumulare la sua riserva d'acqua; dalle piogge, quand'è stagione
o quanto può raccogliere della rugiada notturna o succhia dal fango;
estrema risorsa, questa. Fatica estenuante che non si arresta nemmeno
quando le labbra sanguinano per lo sforzo.
Era la "famiglia di Kuthso", la piccola tribù che ho
seguito nel Kalahari. Ai bambini del gruppo offrii un paio di sacchetti
di gallette e alcune arance, parte delle mie provviste. Il capo-caccia,
informato del dono, poco tempo dopo mi concesse, "in cambio",
la possibilità di partecipare a una battuta allo struzzo.
Avvistato il branco, uno dei ragazzi del gruppo - avrà avuto si
e no una dozzina d'anni - venne preparato da due donne. Maneggiavano ciuffi
di penne di struzzo e parlavano al ragazzo, in quella singolare lingua
dei boscimani, tutta schiocchi brevi, e intervallati da ancor più
brevi pause. Evidentemente gli davano consigli mentre lo spalmavano di
grasso. Poi, con stringhe vegetali, applicavano piume al suo corpo.
Così mascherato, il ragazzo s'avviò verso la savana.
Le penne e i suoi movimenti (passi in perfetta sintonia con quelli dell'animale
imitato) contribuivano a "mettere in scena" una pantomima destinata
a ingannare il branco.
Il ragazzo giunse a poca distanza dalle desiderate prede senza farsi riconoscere,
grazie sia al grasso che sopravento portava agli animali il loro stesso
odore, sia alla sua abilità mimica che induceva gli struzzi a credere
che lui fosse uno di loro.
Finzione che ebbe fine quando il ragazzo si rivelò per quel che
in effetti era; abile battitore che levando alte grida spaventò
gli animali e li spinse nella direzione voluta, la zona sottovento dov'erano
appostati i suoi fratelli cacciatori.
I loro archi erano già tesi, le frecce scoccarono e colpirono i
bersagli. Gli struzzi si dispersero, sia gli incolumi sia i feriti; da
parte loro i boscimani non si affrettarono sulle loro tracce; sicuri dell'effetto
del veleno. Avrebbero aspettato che lo strophantus agisse e uccidesse.
In altra occasione vidi come il gruppo si prepara alla caccia d'animali
più difficili da abbattere. Un anziano, prima di una battuta, segna
un cerchio per terra con i piedi e pone al suo centro il cranio calcificato
di una grande preda (io vidi un'antilope uccisa in una precedente battuta).
Tende il suo arco, incocca una freccia, la scaglia sul bersaglio-simbolo,
e alla prima ne fa seguire altre.
"Così facendo strega lo spirito dell'animale" spiega
il mio interprete-guida "ora un'altra antilope è sua. E lui
parte tranquillo".
Simili gesti propiziatori venivano praticati dai cacciatori della prima
età dell'uomo, lo provano pitture rupestri sparse nel mondo. Contro
le raffigurazioni i primi cacciatori scagliavano colpi d'arpione, di freccia,
di lancia. Dopo migliaia d'anni quei segni sono ancora visibili.
Nel deserto del Kalahari simili atti non sono però reperti paleontologici,
ma ancora realtà. E provano la nobile antichità dei boscimani.
Se fossi sud africano non mi vergognerei d'avere gente così coraggiosa
tra i miei antenati. Da cittadino orgoglioso, chiederei di modificare
la Costituzione che accetta, come "lingue nazionali", ben quarantadue
parlate di diverse etnie. E annetterei volentieri, come quarantatreesima,
quella boscimane. L'unica al mondo tanto antica, ancora parlata.