"Il Giornale"
aprile 2000
VIAGGIO NELLA TERRA DI BABELE
Nell'anno in cui io nascevo, il 1930, mio padre pubblicava un libro con
le cronache di un suo viaggio a New York. La copertina rappresentava una
selva di grattacieli, immagine poco diversa da quella scelta per infiniti
libri dedicati da un secolo a questa parte alla stessa città. Ne
ho visto un altro, pochi giorni fa, dedicato al futuro urbanistico nell'America
del XXI secolo: la smagliante copertina ripeteva l'inevitabile selva di
grattacieli.
A parte le varianti di stile, sembrerebbe non essere cambiata l'identificazione
di New York e di altre città degli Stati Uniti con i grattacieli.
I decenni appena trascorsi, hanno invece di molto cambiato le carte in
tavola; il grattacielo non è più la caratteristica saliente
del paesaggio urbano d'America; esemplari diversi e grandiosi si sono
moltiplicati ovunque, nel mondo. In Estremo Oriente crescono continuamente
in altezza.
Il primato, di 450 metri, è delle "Petronas Towers" di
Kuala Lumpur, in Malesia; a sua sfida doveva sorgere la "Torre infinita",
a Parigi: puntava a 465 metri, ma il progetto è rimasto sulla carta.
Di conseguenza sarà ancora l'Oriente a vincere: il gigante dei
giganti verrà innalzato (yen permettendo) in Giappone: il "Millenium
Tower", progettato per la baia di Tokyo sorgerà dall'acqua,
raggiungerà l'altezza di cinquecento metri, e la sua gigantesca
struttura conterrà una città satellite.
Peraltro, la corsa al primato è iniziata da tempo: Wright aveva
progettato più di mezzo secolo fa un grattacielo alto un miglio
(e si sarebbe chiamato proprio così "On Mile") destinato
a "grattare" se non il cielo, certamente le nubi.
Stessa meta (le nubi) avevano gli architetti della Torre di Babele. Secondo
una pagina famosa della Bibbia essi intendevano scongiurare il pericolo
di un nuovo diluvio universale "raggiungendo le nubi per scaricarle
dalle acque che contenevano": di conseguenza non si sarebbero più
dovute temere alluvioni e inondazioni, come terribili punizioni divine.
A veder oggi quanto resta della ipotetica Torre di Babele, si direbbe
che il pericolo di un secondo diluvio sia per sempre scomparso. Non che
l'umanità sia migliorata e non meriti punizioni esemplari; ma giungendo
al cospetto delle bibliche rovine, a tutto si pensa fuorchè all'ipotesi
che da queste parti possa cascare una sola goccia di pioggia; i resti
della torre si trovano infatti nel sempre più arido deserto orientale
dell'Iraq, nella zona di Samarra.
Quando vi giungo, ultimi ciuffi d'erba rinsecchiti sotto un sole cocente,
crescono a stento da una terra ridotta a polvere e sabbia, che la mia
guida s'affretta a ricordarmi esser stata un tempo grassa e generosa ("
felice caratteristica della fertile Mesopotamia
").
Secondo ripetute informazioni diffuse ai tempi della guerra Iraq-Iran,
poi nelle settimane del Desert Storm americano contro Sadat, un missile
lanciato da contendenti avrebbe colpito, distrutto o quantomeno danneggiato
i sacri resti dell'imponente costruzione. Effettivamente la Torre appare
oggi più o meno diroccata; ma il suo stato rovinoso è esattamente
quello che videro i primi viaggiatori-cronisti (e disegnatori e fotografi)
dei secoli scorsi.
Anche loro, come me, saranno stati condotti sul posto da una esperta guida;
e anche a loro, come a me, il veder sorgere quell'imponente torre dall'orizzonte
del deserto, avrà provocato grande impressione, se ne scorge infatti
la sommità già alcuni chilometri prima di giungere sul posto.
Come altri suoi loquaci predecessori, la mia guida non tarda a vantare
"la certezza" sull'origine remotissima della costruzione. Appena
giunti al suo cospetto ha approfittato della mia meraviglia, e impiegando
le sottili arti dialettiche delle quali può valersi un esperto
levantino per convincere un "cliente", sì dilunga nell'esporre
i motivi per cui debbo credere ciecamente alla favola biblica. Lui non
ha dubbi sulla sua capacità di coinvolgermi e mi giura che, in
quel momento, ci troviamo proprio davanti alla gigantesca opera rimasta
incompiuta per "confusione delle lingue".
In realtà quanto oggi si può ammirare nel deserto di Samarra
- e certamente ripaga un viaggio lungo, reso molto difficile date le condizioni
dell'Iraq - è, sì, opera imponente, affascinante; ma la
funzione per la quale fu edificata non fu certo per "raggiungere
e svuotare" il cielo, in chissà quale remota epoca biblica.
Unico riferimento storico, secondo gli esperti, risale al XI secolo della
nostra era, quando dall'alto dei suoi spalti cominciò ad alzarsi
verso il cielo, in onore d'Allah, la preghiera di un muezzin; in quel
tempo la torre divenne minareto, con funzioni eguali a quelle di mille
e mille altri. Diversa era però la sua origine. La Torre era opera
di infedeli, era una superstite zigurrah, vale a dire un caposaldo militare
il cui modello originario si ritiene possa risalire a epoca babilonese.
Accanto alla zigurrah di Samarra, quando le sue funzioni mutarono da militari
a religiose, le fu costruita accanto una Moschea, anch'essa oggi in rovina.
Nell'area mesopotamica sono numerose le zigurrah: ma per quante sia concesso
di vederne (un viaggio nella Mesopotamia - lo ripeto - è difficile
forse più oggi di quanto possa esserlo stato ai tempi del biblico
diluvio) la Torre di Samarra, imponente sul paesaggio bruciato dall'est
iracheno, è senza dubbio la più impressionante.
Domando alla mia guida di aiutarmi a scattare una buona fotografia e le
chiedo di salire per qualche gradino lungo la scala costruita in ripida
spirale attorno alla Torre; con una figura umana come termine di misura,
ritengo che chi osserverà la foto, potrà valutare a colpo
d'occhio le dimensioni "fuori misura" dell'opera e restarne
sorpreso.
Ho mostrato quella e altre fotografie della zigurah, a un appassionato
analista del mito della Torre di Babele, Paolo Fabbri; da poco ha pubblicato
un suo libro ("Elogio di Babele") proprio sul tema. Gli ho chiesto
un commento all'immagine e lui - da intellettuale acuto, e indagatore
instancabile - mi ha risposto d'ammirare la Torre biblica non solo per
la sua grandezza, ma perché le siamo debitori di un evento fondamentale
nella storia dell'uomo.
Infatti "
noi non dobbiamo dimenticare che Babele da origine
alla differenza tra le forme di architettura" mi dice "la leggenda
biblica è molto precisa nel sottolineare come la Torre non fosse
solo il più colossale edificio mai progettato l'umanità
(così grande che quando è crollato ha lasciato come traccia
- scrisse Kafka - la muraglia Cinese!) ma la sua costruzione venne affrontata
da una sola comunità basandosi su un solo sistema architettonico;
con migliaia e migliaia di operai e tecnici tutti della stessa lingua.
"Loro scopo era raggiungere il cielo, ma si trattava di un progetto
destinato a restare un "non finito". E infatti la comunità
dei costruttori finì "in babele" prima di concludere
l'opera. "Babele" vuol dire confusione, babele fu l'ultima parola
di una lingua eguale per tutti, che tutti hanno potuto ascoltare quando
tutti costruivano lo stesso edificio. Noi, possiamo interpretare quel
crollo come causa della profonda infelicità umana, l'esserci divisi
in lingue diverse. Però quella rovina ha permesso agli uomini di
elaborare - all'interno di lingue diverse - sistemi estetici differenti;
di inventare il nuovo.
Moltiplicazione delle lingue, moltiplicazione degli stili: non possiamo
che congratularci del crollo del più colossale edificio mai progettato
dall'uomo".
Secondo Paolo Fabbri, Babele sarebbe quindi la metafora di un evento felice,
quando le lingue, i discorsi, le idee si sono accavallate e incrociate
producendo altre lingue, altri discorsi, altri stili.
A Samarra, finita la visita alla zigurrah, la mia guida rimette in moto
l'auto rumorosa e polverosa con la quale m'ha accompagnato sino al solitario
gigante; da questo momento polvere e rumore lo costringono a tacere; la
kefìa attorno al volto, a mo' di maschera, lo obbliga al silenzio.
Io ne approfitto per ricordare alte torri e grattacieli; e mi torna alla
mente il disegno dell'edificio di Wright, la sua sfida al massimo record,
quel "miglio in altezza" praticamente irrealizzabile anche oggi
nell'età delle tecnologie più avanzate; e confesso a me
stesso d'aver spesso sperato in una sorpresa, un'impossibile rimessa in
cantiere di quel fantasioso progetto. E so che se qualcuno prima o poi
ci riproverà, la scalata al cielo iniziata dalla Torre di Babele,
tornerà ad appassionare - come allora! - l'intera umanità.
Non è un'ipotesi da fantascienza; ricordando il passato e osservando
attorno a noi la mutazione vertiginosa e verticale dei paesaggi urbani,
mi sembra evidente che nel DNA dell'uomo-costruttore, è certamente
congenita l'ambizione di "puntare sempre più alto".