"Corriere della Sera"
Marzo 2006

Finning criminale

Squali ieri, squali oggi



E’ un giorno del febbraio 1952. Sono il piú giovane della Spedizione Subacquea Nazionale in Mar Rosso, appena giunta alle Isole Dahlak.

E’ il momento della mia iniziazione, anche se non la chiama cosí il capo Spedizione, Bruno Vailati. Semplicemente mi dice «Buttati!», indicandomi un tratto di mare dove fra poco guizzeranno molti squali. Buttati!, ovvero ti metto alla prova, se mi rifiuto forse mi rimanderá , in Italia; o comunque perderá  la fiducia in me.

Un altro sommozzatore aggiunge, mentre mi allaccia le cinghie del respiratore «Entra in acqua e appiattisciti sul fondo. Cosí loro non ti vedono e non fuggono. Appena saranno eccitati dai bocconi a mezz’acqua, avvicinali senza esitazione. Fin che dura la mangianza, non s’occupano d’altro.»

M’infilo le pinne e un altro dei sub aggiunge «Non preoccuparti troppo, le specie di squali considerate pericolose sono solo venti sulle quattrocento sino ad oggi conosciute.»

Cerco di credergli e intanto osservo Said, il dancalo. Tutti i giorni rifornisce il mercato di Massaua con il pesce che raccoglie dopo aver fatto esplodere una carica in acque non lontane dalla costa. Oggi lavora per noi e a un cenno di Vailati accende un fiammifero, l’accosta alla miccia e appena questa sfrigola, lancia in acqua il pacchetto esplosivo rubato ai militari.

Tempo un istante ed ecco lo scoppio, seguito da una colonna d’acqua.

Mi immergo stringendo la macchina da ripresa. Nel torbido guizzano convulsamente decine di pesci, altri sono giá  morti a pancia in su (il dancalo aveva visto giusto: quel riflesso giallastro e argenteo sotto il pelo dell’acqua, rivelava la presenza di tante prede).

Tocco il fondo di sabbia e mi trovo in mezzo a squali color ferro. Guizzano per sfamarsi. Mordono veloci, con rabbia. Questa iniziazione mi fa paura ma respiro con calma. E non perché lo sia, calmo, ma per l’ARO a ossigeno che m’obbliga ad esserlo. «Non affannarti mai se non vuoi perdere i sensi e morire affogato» ha ripetuto il sub mio istruttore in quel viaggio da ventenne.

Ventenne con l’incarico di realizzare riprese filmate sul mondo subacqueo tropicale, ancora praticamente sconosciuto nel 1950.

La paternitá  del film da montare con le sequenze che sto cogliendo ogni giorno, fa gola a molti; debbo sapermi difendere. E anche questa sarâ  un’iniziazione, oltre a quella di non temere gli squali.

Nel fondale dov’é esplosa la bomba, sono in molti adesso. Si disputano le prede, ne turbinano decine nella corrente, colorate come tutti i pesci tropicali. Paradossalmente quel roteare policromo, muta la strage in una sorta di carnevalata.

Per cogliere altre e piú impressionanti immagini di quel pasto forsennato, mi avvicino al centro del banchetto. Teso per non sbagliare e attento all’istante giusto per filmare, debbo dimenticare la paura. Non lo so ancora, ma sto scoprendo una regola per vincerla, la paura: se voglio approfittare di un momento irripetibile per documentarlo, debbo rimandarla a dopo, a cose fatte.

Una regola che durante quell’anno dovrá applicare piú volte, filmando altri incontri-scontri dell’uomo con l’essere marino da sempre temuto. Quello squalo che noi, primi fra tutti, mostrammo per quel che é veramente: mostro aggressivo solo se appartiene a una certe specie pericolose e solo nel caso d’un incontro in alto mare.

La Spedizione in questo, fu un successo e resta il mio Sesto Continente a documentarne le ricerche. E non solo sugli squali. Sul futuro del mare prevedemmo, tra l’altro, la coltivazione delle alghe, gli "allevamenti" della pescicoltura e sostenemmo la necessitá  di difendere le barriere coralline.

Non prevedemmo, peró il destino degli squali. Sopravvissuti eguali a sè stessi e padroni dei mari per oltre cento milioni di anni, nel giro di pochi decenni sono oggetto d’una caccia spietata.

Primi teatri di caccia a livello industriale, ovvero di strage, sono stati il Mar Rosso e il Golfo Persico. Nei paesi rivieraschi, allevamenti di bovini cresciuti a dismisura, hanno richiesto crescente quantitá  di farina di pesce per i mangimi. Utilizzando come materia prima conveniente, pescecani essiccati.

A quella strage ne éseguita un’altra a livello mondiale.

Con i sistemi di pesca progrediti in velocitá  e specializzazione, lo squalo viene sterminato per vendere le sue pinne. Richieste come piatto prelibato da milioni e milioni di giapponesi, cinesi, coreani, filippini. Domanda soddisfatta con campagne non solo devastatrici, ma anche crudeli; infatti, poiché degli esemplari tratti a bordo dei pescherecci, interessano solo le pinne pettorali e ventrali, le si taglia e si ributta a mare il corpo mutilato. Quasi sempre ancora vivo, lo squalo é condannato a un’agonia crudele.

Questa strage, detta finning, coinvolge anche i paesi europei. La Spagna, con gran parte della sua flotta di pescherecci atlantici al servizio di importatori di Hong Kong, sbarca in Oriente due milioni di chili di pinne all’anno, il ventisette per cento di quanto raccolto nel resto dei mari. Altri paesi europei non sono da meno. La civile Norvegia, oltre a massacrare centinaia di balene, nel’99, ha sbarcato in Cina trentanovemila chilogrammi di pinne.

Sommando questi dati a quelli del resto del mondo, si ottiene la cifra di sette milioni di chilogrammi di pinne entrate nel mercato nell’ultimo quinquennio.

A quanti squali uccisi equivalgono sette milioni di chilogrammi di pinne? Un numero sufficiente per considerare la specie, sino a ieri "pericolo per l’uomo", giá  da oggi "in pericolo d’estinzione".


Folco Quilici