"Arrivederci"
dicembre 2000
IL DELTA DEL PO
Scrivere del Delta significa per me un salto nel tempo di quasi sessant'anni.
Quando, da ragazzo, abitavo a Ferrara.
"Andiamo al Delta del Po" mi disse mio padre, un giorno. "Vedrai
un mondo simile a quello di cui fantastichi quando leggi Salgari e Verne"
(per la verità, più Salgari che Verne, mai lui non lo sapeva).
Era l'inizio d'estate, la scuola era finita, e vissi con lui giorni di
vacanza nelle Valli, nel bosco della Mesola, tra sontuosi castelli estensi,
miseri casoni di pescatori. E sul litorale dove il mondo selvaggio del
Delta confinava con il mare.
Qui, disse mio padre, approdò Diomede, eroe omerico che dopo la
guerra di Troia, trovò rifugio alle foci del Po e visse dedicandosi
all'allevamento di cavalli che lui domò e amò.
La favola mi è tornata alla mente quando, tornato a quel litorale
dopo tanti anni, l'ho trovato coperto da un bosco di pini, e alla loro
ombra ho scorto, immobile, una mandria di cavalli. Scattarono al galoppo
e ho ricordato Diomede mentre mi passavano vicino, la criniera al vento
.
Poco dopo conobbi il loro allevatore,
parlammo del suo lavoro, poi cortesemente mi mise in sella a uno dei cavalli
più calmi della mandria e mi affidò, come guida, a un Diomede
in blue-jeans. Lo seguii lungo un sentiero che dalle dune del litorale
entrava e attraversava l'ombra fresca e profumata di alberi relativamente
giovani. "Infatti" m'informò la guida, "questi pini
hanno poco più di sessant'anni, li fece piantare un giornalista.
Scrisse di quest'area dove il vento portava nubi di sabbia e soffocava
cespugli, fiori, piante aromatiche
". Lui parlava e io ricordai
il giorno in cui ero venuto qui con mio padre; tirava vento e lui borbottava
"Sembra l'Africa
servirebbero pini, molti pini". Lo scrisse
sul suo giornale, l'appello venne accolto dalla Forestale e migliaia di
pini vennero messi a dimora, attecchirono, vennero curati, innaffiati,
protetti dalla salsedine portata dal vento marino. E sono grandi, adesso.
Non è la sola trasformazione di quest'area da sempre abbandonata
ai capricci della natura, quando non è più ostile, come
tutte le foci di un grande fiume.
Luoghi dall'equilibrio fragile, delicato tra emerso e sommerso, tra
acque e terra.
Luoghi dove vento, mareggiate, alluvioni possono umiliare l'opera paziente
e laboriosa dell'uomo.
Eppure, l'uomo, qui ha saputo instaurare un rapporto di armonia con l'ambiente
naturale, in un reciproco condizionamento.
Una prima pescicultura nacque nel Delta e fu la più antica associazione
di mestiere in Europa: la "casa matha piscatorum", sorta prima
dell'anno mille. La evocano i primitivi "casoni" ancora utilizzati
dai pescatori d'anguille.
A proposito di anguille un altro salto nel mio passato di ragazzo-esploratore
risale a quando, in motoretta e molti amici andammo "a vedere la
Loren", nostro mito di giovanotti fantasiosi. Era la protagonista
del film che si girava nel Delta.; era splendida e si muoveva sullo sfondo
delle Valli vestita (poco) da cacciatrice d'anguille e di uomini. In quei
giorni del '54, a dirigerla nel drammone amoroso "La donna del fiume",
era Mario Soldati.
Il film fu la prima occasione per molti italiani di vedere - seppur con
la mediazione di uno schermo - il mondo del Delta. Oggi mutate in Parco
Naturale e occasione di meraviglia per chi lo visita, e scopre una sorprendente
oasi naturale il cui cuore verde è il Boscone della Mesola, unica
superstite foresta delle tante che fin oltre il Medio Evo costeggiavano
il Mar Adriatico.
Al centro del territorio che si estende tra il Po di Goro e il corso del
fiume Reno, il Parco è paradiso indisturbato per molte specie di
animali (tra i tanti, i daini e i cervi delle dune).
La regione Emilia Romagna, d'intesa con lo Stato protegge i luoghi dove
l'uomo interagisce con la natura in una continua opera di trasformazione
e di conservazione. In rapporti d'amore per la propria terra; e per le
acque che la contrappuntano, circondate da alberi e da arbusti come la
frangola, da prati dove crescono densi ciuffi di carice spondicola, fiori
di campanella, infiorescenze di giunco fiorito. E orchidee rare come la
Militaris, la Palustris, la Dactyloriza incarnata. E fiori gialli di giaggiolo
acquatico, a primavera.
Nel Parco si contano oltre duecento specie di uccelli nidificanti e migratori.
Sulle spiagge meno frequentate nidifica la "beccaccia di mare",
scomparsa dal resto d'Italia. Nello stesso ambiente nidifica il "fraticello",
il piú piccolo tra le sterne, che cattura piccoli pesci tuffandosi
da qualche metro di altezza.
"Su la marina dove l'Po discende per aver pace co' seguaci sui
",
ovvero nel territorio così ricordato da Dante, il Parco del Delta,
si estende per circa 60.000 ettari. Al loro interno, inquadrate nei colori
sempre cangianti delle stagioni, mete di straordinaria bellezza sono il
Castello estense della Mesola - che ho poco sopra ricordato - e l'Abbazia
di Pomposa e la Basilica di S. Apollinare in Classe e il centro storico
di Comacchio.
"Piccola Venezia" incastonata fra le valli e il mare, Comacchio
è cittadina cresciuta in un intreccio di canali, ponti monumentali,
riflessi moltiplicati. All'interno di un suo Museo è visibile la
"Fortuna Maris", nave romana che duemila anni fa andò
ad arenarsi su una di queste spiagge, dove detriti alluvionali fangosi
la seppellirono in breve tempo. Il suo carico, ora portato alla luce,
consisteva in tre tonnellate di lingotti di piombo. Proveniva dalla Spagna
e con ogni probabilità doveva essere venduto lungo i paesi della
costa.
Il relitto di questa nave e le opere d'arte che ho poco sopra ricordato,
contraddicono una radicata opinione sul particolare ambiente di un grande
Delta. Vien da pensare, davanti alla maestà di un grande fiume,
alla sua perennità e indifferenza agli eventi della storia, all'avvicendarsi
delle generazioni, al sorgere e al perire delle fortune e delle civiltà,
che il termine vero di tutto debba essere un silenzio senza memoria. Sensazione,
qui, invece negata, contraddetta.
A proposito di memoria, ritorno a quanto ho anticipato
nelle prime di queste righe dedicate al Delta: quando lo visito, io non
ne godo solo la bellezza, ma ogni volta vi compio un viaggio nel tempo,
di quando, da ragazzo, abitavo ai suoi confini.
Appare vasto, il Parco del Delta, a chi lo visita oggi. Appariva immenso,
sconfinato a noi ragazzi quando ci addentravamo nei suoi meandri verdi
disegnati lungo acque disposte a formare labirinti.
In un giorno d'estate (forse nel '41 o nel '42) erano scarse le acque
portate dal Po al Delta, come sempre nei mesi caldi. Erano di conseguenza
praticabili vaste aree sabbiose non tracciate da alcun sentiero o strada.
Lì ci addentrammo con un gruppo di compagni di classe in bicicletta;
e proseguimmo a piedi entrando in un canneto cresciuto a dismisura tra
il limite delle acque e una strada sull'argine, dove transitavano ogni
tanto auto e camion. Una vera e propria foresta.
In quel canneto, finimmo col perderci perché la vegetazione, fitta,
era più alta di noi e gli arbusti che avevamo scostato per avanzare,
si erano rialzati alle nostre spalle cancellando il cammino percorso.
Insomma dopo un'ora (o due?) né io né gli altri amici, sconsiderati
compagni d'avventura, riuscivamo più a orientarci.
Il traffico sulla strada poco lontana - forse perché era intanto
sopraggiunto il mezzogiorno - era cessato del tutto e non potevamo regolarci
su eventuali riferimenti sonori. Avevamo soltanto canne, attorno, fitte
e taglienti. Braccia, gambe e mani di tutti noi erano ferite da dieci,
cento graffi brucianti.
Assurdo perdersi in quel luogo, alle porte di casa: eppure non sapevamo
dove dirigerci. Ricordo che non tardammo ad aver paura, soprattutto perché
in certi punti i piedi sprofondavano in fango profondo; e qualcuno di
noi ricordava avventure lette in chissà quale fumetto, con orride
scene di sabbie mobili. Pura fantasia, è vero; ma quelle canne
che s'erano rialzate alle nostre spalle e ci chiudevano da ogni parte,
sembrava ci dessero un minaccioso avvertimento.
Poi una moto sfrecciò sull'argine, finalmente capimmo da che parte
dirigerci per uscire dalla trappola verde. E tutto l'incubo finì
in pochi minuti.
Quanto vissuto resta nella memoria, ricordo non d'un canneto ma di una
giungla misteriosa e sconfinata.
Oggi, per chi s'addentra nel mondo verde del Delta, nessuna paura: i percorsi
sono indicati, impossibile perdersi.
In chi s'addentra tra acque, boschi e Valli, resta però viva, per
fortuna, la sensazione di penetrare un ambiente sconfinato. Ed è
gradevole la sensazione che il resto del mondo, rumoroso e maleodorante,
sia rimasto molto, molto lontano.