"AQUA"
7 Settembre 2006

 

Riferendomi alla tragica morte di Steve Irwin, vorrei tornare sull’argomento con una breve ma polemica constatazione che, al momento, avevo già rilasciato alla stampa e in alcune interviste TV.

Nel giorno in cui s’annunciava la morte d’un “documentarista”.

Documentarista?

Acchiappare un pescecane per la coda, buttarsi con il paracadute e tardare fino all’ultimo ad aprirlo, abbracciarsi e scambiare un bacio con un ourang-utan, oppure gettarsi nelle cascate del Niagara dentro una botte metallica: altrettante esibizioni di coraggio spettacolare erroneamente considerate materia preziosa per dar vita a un film documentario. Francamente non ho mai apprezzato questo modo violento e incosciente di far cinema o televisione.

Certo ho filmato i papua che si sfidano gettandosi da una torre alta trenta metri, ho filmato i pescatori di perle polinesiani al lavoro sul fondo dell’atollo anche se attorno a loro si muove la massa minacciosa di uno squalo tigre. Ma in questo caso ho documentato una realtà, una tradizione pre-esistente, ho voluto raccogliere un documento. Non per questo intendo far crescere gli indici di ascolto della tivù.

Ho quindi spesso cambiato canale, quando qualche rete ha tentato di ingrossare il suo indice di ascolto mandando in onda chi si esibisce con supremo disprezzo per la propria vita, in azioni volutamente sensate. E per di più inutili. Può anche darsi che il risultato sia quello desiderato, vale a dire spettacolare. Ma non chiamiamolo documentario, quel film.

Se l’operatore, saputo dell’incendio improvvisamente divampato dell’edificio di una grande biblioteca corre, filma e coglie immagini con coraggio, documenta la verità; e il suo film certamente merita la definizione di documentario. Ma se lui avesse dato fuoco apposta alla biblioteca e poi spericolatamente si fosse impegnato a filmare, addirittura rischiando la vita per cogliere immagini stupefacenti e forse terribili, beh, non credo che quell’ipotetico incosciente operatore meriterebbe il nome di documentarista. Con l’aggiunta di prestigiosi riconoscimenti per la sua audacia.

Sfidare un animale pericoloso non per salvare un essere umano in pericolo ma per poter vendere una sequenza emozionante, significa esattamente il contrario di quanto deve porsi come regola il vero documentarista. Pensieri, questi, che mi vengono a mente leggendo la notizia della tragica morte di Steve Irwin, che negli anni scorsi abbiamo visto alle prese con coccodrilli e serpenti d’Australia in lunghi reportage televisivi. A parte il dolore per la fine di un giovane, beffato da un nulla a confronto delle sfide che affrontava con astuzia e forza, non riesco a rinnegare le riflessioni poco sopra esposte. E vedere nei programmisti televisivi che chiedono ai loro autori emozioni sempre più violente, sfide impossibili, veri suicidi pur di aumentare un inserto pubblicitario di qualche secondo, come i veri responsabili degli incidenti che accadono con sempre maggiore frequenza. Sono loro a portare alla morte un giovane di talento e coraggio come Irwin e allo stesso tempo contaminano il pubblico, specie quello più giovane, con violente iniezioni di adrenalina instillando sempre maggiori dosi di violenza. Non bastasse quella sempre più angosciosa delle cronache quotidiane.

Folco Quilici