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Folco Quilici
Filmografia
 

 

"AQUA"
gennaio 2005

MATRIMONIO AL TIKI DELLA FECONDITÀ

(Polinesia)

Per narrarvi di un rito matrimoniale subacqueo, debbo tornare al mio primo viaggio in Polinesia. E subito m'accorgo quanto sia amaro il sapore dei ricordi di quel mondo visto cinquant'anni fa, quando già non era più quello d'un tempo antico, ma il ciclone del "progresso" occidentale non l'aveva ancora del tutto travolto. Tahiti o Samoa erano ormai isole "urbanizzate", e con una popolazione più o meno completamente sotto l'influenza occidentale. Ma negli arcipelaghi lontani, agli atolli e alle isole vulcaniche remote (là dove occorrevano sette, otto giorni, e a volte molti di più di lenta navigazione in goletta per giungere) ci si ritrovava ancora nel tempo altrove dimenticato o in via di dissoluzione.

Nell'isola di Rajatea, una delle Sottovento, quell'incontro con il passato cominciò quando mi recai al luogo ove approdavano le grandi piroghe dei navigatori; una penisola protesa nella laguna, una volta sede delle più importanti riunioni religiose e civili della Polinesia. Su di lei si leva a picco l'Olimpo delle genti delle isole, la casa del dio Hirò; il dio pescatore così forte da poter gettare una rete, con le sue braccia, dalla cima del monte sino al mare. Davanti alla penisola sacra si apre nella scogliera di corallo un passaggio comunicante con il mare; di lì entravano le piroghe doppie al termine dei loro lunghi viaggi.

Noi vi giungemmo con una barca a motore, sbarcammo e ci addentrammo nella foresta di cocchi. Infine raggiungemmo il luogo esatto delle riunioni e trovammo i resti del Maré e, poco lontano, la "pietra dei capi".

Il Maré è un vasto altare di pietre vulcaniche sul quale il Gran Sacerdote sacrificava le sue vittime prima di ogni cerimonia per propiziarsi la divinità; ha forma rettangolare, e la sua superficie era sacra ed inviolabile come l'interno di un tempio. Le radici dei cocchi e dei pandani, ora, hanno sconvolto l'ordine regolare delle pietre, e natura e vestigia antiche si mescolano e lottano fra loro.

Accanto è la "pietra dei capi", una stele - anche questa di roccia vulcanica - alta due metri e ottanta; ad uno ad uno i capi delle isole lontane giunti a Rajatea in piroga si appoggiavano alla Pietra: chi la sopravanzava in altezza era eletto Sovrano di tutte le isole della Polinesia. (Due metri ed ottanta: che effettivamente esistessero in Polinesia uomini di simile corporatura è provato non solo da alcuni individui della presente generazione di proporzioni gigantesche, ma anche dal ritrovamento di ossa in tombe di guerrieri).

Su una spiaggia poco lontana uomini e donne cantavano per noi una nenia che ripeteva spesso la parola hoeanà, le donne dondolandosi come seguendo il movimento delle onde, gli uomini facendo con le mani i gesti di chi rema con sforzo.

"Hoeanà" significa "voga!" e la danza tramanda il ricordo dei grandi viaggi delle piroghe doppie dei tempi antichi. Anche la danza fa parte del mondo di Rajatea la Sacra: le sue parole sono il testo semplice col quale si tramanda il ricordo delle imprese dei tempi remoti; e le parole sono aiutate dalla coreografia che vuole che la danza sia mimata e cantata da uomini e donne seduti su doppia fila per ricordare lo schema delle grandi piroghe antiche, su una spiaggia in faccia all'Oceano per averlo di sfondo con l'immensità del suo orizzonte e con il rombo ritmico dell'onda.

Come se fossero a bordo delle loro lunghe imbarcazioni a quattro scafi d'un tempo, i danzatori della pantomima si siedono uno dietro all'altro su quattro file: nelle due centrali stanno le donne, cantando e narrando la storia della traversata; nelle due esterne, dov'era il posto dei rematori, stanno gli uomini, che coi movimenti della danza ripetono l'ampio gesto della voga. Sulla sabbia bianca della spiaggia ove sono seduti, i costumi degli uomini e delle donne dell'Hoeanà si staccano nei loro vivaci colori dal chiarore accecante della sabbia; fra tutti, spicca il costume di rafia rossa dell'unico danzatore che è in piedi, ed il cui canto dà il tempo agli altri: il Gran Sacerdote, che nelle antiche piroghe stava a poppa, reggendo il timone, la grande barra che secondo il movimento degli astri e le leggi invariabili dei venti indirizzava l'imbarcazione verso la meta lontanissima.

Come se fossero invece sull'estrema punta della piroga, due altri indigeni completano il quadro della danza: raffigurano il Re e la Regina della tribù, e non cantano; solo con lenti movimenti del corpo si limitano a seguire il ritmo del canto di tutti.

D'un tratto il timoniere comincia ad agitarsi ed il canto di tutti si fa più veloce e gioioso, le parole sono scandite in un tempo emozionato e drammatico e dicono che è in vista la terra d'approdo, l'isola "verde come una lucertola": è apparsa Rajatea. Annunciando che il lungo viaggio è finito, il canto si fa felice, squillante,e noi lo ascoltammo mentre si perdeva verso il mare e verso le vallate verdi dell'interno, forse portato dal vento fino alla casa stessa del dio Hirò sulla montagna altissima, al centro dell'Oceano.

Una volta i canti come l'Hoeanà o le cerimonie di preciso carattere tradizionale avvenivano alla presenza di grandi Tiki, oggi scomparsi dalla vita delle isole, bruciati dai missionari anglicani e mormoni, gettati in mare, distrutti.

I Tiki erano i vecchi sacri idoli della religione polinesiana; ce n'erano in legno e pietra; ne sorgevano nei villaggi e in altri punti sacri, tra i quali ve n'erano alcuni persino sott'acqua, al centro della laguna.

La laguna - per una gente che veniva dal mare e viveva sul mare - era il centro ed il punto di origine stesso della vita e della fecondità, era il luogo dal quale tutto prendeva inizio, la terra e l'Oceano, l'uomo e le sue forze: e quindi i tiki della vita, della fecondità, erano sommersi nell'acqua della laguna, brulicante di esseri viventi.

Ha la forma di un fallo, il Tiki della fecondità. Sul suo corpo di pietra è inciso un volto ridente; sotto il volto s'intrecciano le dita delle due mani, sotto ancora un sesso enorme domina il ventre, sotto il quale, poggiato sulla sabbia del fondo, è scolpito un altro volto ridente.

La tradizione chiedeva che le coppie che intendevano unirsi si gettassero in acqua, scendessero nuotando sino al basso fondale e laggiù lo sfiorassero, lo toccassero. Si aggrappassero a lui.

In quel fondo marino dalla luce incerta, seno profondo della vita dell'intero mondo delle isole, quell'idolo di pietra coperto da alghe e madrepore, dispensava tanta più prosperità e ricchezza quanto più l'uomo e la donna riuscivano a restare sul fondo, a unirsi fisicamente a lui; quanto più riuscivano a restare abbracciati alla sua immagine, tanto più sarebbero stati ricchi di forza sessuale.

Con la cinepresa subacquea scesi nel reef dove filmai una accurata, precisa ricostruzione del rito che ormai in nessuna isola d'Oceania si eseguiva (i missionari cristiani lo avevano proibito).

Nuotando adagio in superficie e poi immergendosi tra i coralli, due "sposi" furono i miei attori. Due giovani particolarmente belli che avevano accettato di essere filmati mentre ripetevano l'atto che i loro padri compivano prima d'ogni atto d'unione. Si calarono nelle acque della laguna per chiedere (e forse non finsero) a un loro vecchio Dio di pietra confuso con l'acqua del mare, la felicità della loro unione.

Folco Quilici